Un incontro speciale alla “Casa delle culture” di Mediterranean Hope

L’abbraccio tra l’operatore umanitario Gennaro Giudetti e due giovani donne africane fuggite dall'inferno della Libia e sopravvissute al naufragio del 6 novembre scorso

Momenti di grande emozione nei giorni scorsi  a Scicli (RG) nella “Casa delle Culture” di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), quando Sandra, giovane nigeriana ospite della “Casa” ha incontrato la persona che l’ha recuperata in mare lo scorso 6 novembre. Quel giorno a tenderle la mano e caricarla sul pontile della nave della ONG SeaWatch3 c’era Gennaro Giudetti. Nel corso di un’operazione di salvataggio complicata e pericolosa, perché intralciata dalla Guardia costiera libica, Giudetti era riuscito anche a tirare fuori dalle onde il corpicino esanime di Great, il bambino di Sandra. Quel giorno sono morte altre 50 persone, e molte altre sono state rispedite in Libia. In quelle acque c’era anche Merilin, originaria del Cameroun, salvata quel 6 novembre da Giudetti, ora anche lei ospite della “Casa”. La sua bambina di tre anni da quelle onde non è più ricomparsa.

«Rivederle tutte e due qui è stata una bomba di emozioni», ha detto Giudetti.

Dopo essere sbarcate – senza i loro figli – nel porto di Pozzallo, Sandra e Merilin sono state affidate lo scorso 10 novembre dalla Prefettura di Ragusa alla “Casa delle culture” in ragione proprio della loro situazione di particolare vulnerabilità.

Le due giovani mamme erano state accuratamente preparate dagli operatori della “Casa” a quest’incontro dal forte impatto emotivo, che avrebbe fatto tornare loro in mente quel momento tragico. Con Sandra, e insieme agli operatori della Casa delle Culture, Giudetti si è poi recato al cimitero di Scicli per rendere omaggio al piccolo Great, seppellito qui dopo un funerale partecipato dai sciclitani al punto da non riuscire a contenere la folla nella chiesa di San Giovanni.

Per il giovane operatore umanitario «queste storie devono far capire alle persone quello che succede nel Mediterraneo. Vedere queste persone ti fa capire quanto grande è la responsabilità che abbiamo. Anche per questo sono importantissimi i progetti come quello dei ‘corridoi umanitari’ promossi dalla Fcei, tra gli altri».

Lo stesso Giudetti era tra gli accompagnatori del primo gruppo di profughi siriani giunti da Beirut il 29 febbraio 2016. Con l’Operazione Colomba dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, era stato in azione nei campi profughi di Tel Abbas, nel nord del Libano, da dove sono arrivate a Roma con i corridoi umanitari le prime famiglie di profughi (rivedi qui il servizio a cura di Protestantesimo-Raidue).

La Casa delle culture di Mediterranean Hope, oltre a persone vulnerabili giunte dal mare, ospita anche due famiglie siriane arrivate recentemente con un corridoio umanitario.

Giudetti, ribadendo l’importanza di istituire vie legali e sicure per chi ha necessità di accedere al diritto di chiedere asilo, dopo l’esperienza del 6 novembre ha lanciato una raccolta firme «contro il crimine dei respingimenti in Libia». E’ possibile firmare la petizione “La verità va gridata dai tetti” qui.

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