La XXI edizione del Tertio Millennio Film Festival

Un'esperienza ecumenica e di dialogo interreligioso che torna a manifestarsi attraverso il cinema. Intervista a Federico Pontiggia

Arriva alla XXI edizione il Tertio Millennio Film Festival, incentrato sul tema “È tempo di migrare. Memoria, identità, relazioni”.

Un evento dedicato alla cinematografia che si basa sull’esperienze di scambio e dialogo interreligioso; infatti nell’organizzazione sono coinvolti l’Associazione internazionale protestante cinema (INTERFILM), il Centro ebraico italiano Pitigliani, la Comunità religiosa islamica italiana (COREIS).

Ne parliamo con Federico Pontiggia, critico e giornalista della Fondazione Ente dello Spettacolo (ente che organizza il Festival) e della rivista Cinematografo.

Come avete scelto il tema di quest'anno?

«È un tema decisamente attuale che, mantenendo la missione del festival, cerchiamo di declinare in senso cinematografico intercettando quei film che non solo letteralmente trattino di migrazione, ma che ne parlino anche in una concezione allargata del termine. Migrare significa anche cambiare, abbandonare un'idea o abbandonare soprattutto i giudizi e preconcetti per imbracciare, si spera, un umanesimo e un'apertura al dialogo».

Quello del dialogo interreligioso è la parte fondamentale del festival, come si sviluppa il dibattito?

«Sì, e questo ci rende davvero unici nel panorama italiano e non solo. È un lavoro di concerto con le comunità islamiche, ebraiche, protestanti e cattolica, non solo nella selezione dei film, ma anche nell'indirizzo ecumenico della manifestazione. Una novità di quest'anno è che non solo selezioniamo con le comunità i film, ma, tramite una giuria composta da membri delle rispettive comunità, scegliamo quello che mette d'accordo tutti. La selezione porterà un film a vincere il premio del Tertio Millennio e scopriremo quale sabato 16 dicembre».

Nel contesto del festival emerge una modalità inedita di vita di fede?

«C'è qualcosa di inedito perché attraverso le immagini e il linguaggio universale del cinema, scopriamo come sia molto più facile aprirsi all'altro anziché farsi condizionare dalle paure. Il nostro è anche un tentativo di riscossa mediatica dalla comunicazione attraverso la paura, della scelta del contrasto rispetto al confronto. Cerchiamo di andare in questa direzione, verso una fede che non sia settarismo o proselitismo ma sia apertura, seppur non incondizionata. Ognuno deve poter mantenere la propria identità, come ricorda anche il titolo di questa edizione, ma insieme, forti della propria identità, possiamo accettare e accogliere anche quella dell'altro. Questo mi sembra un messaggio di fede, di speranza ma anche di carità».

È la XXI edizione, come si potrebbe guardare il festival nella sua evoluzione negli anni?

«La scelta dei temi privilegia un percorso di apertura sia da un punto di vista culturale, che antropologico e spirituale. Organizzando questo festival scopriamo ogni anno di più come gli elementi che ci uniscono siano superiori a quelli che ci differenziano. Questo mi sembra un guadagno non solo teorico, non solo cinematografico ma umano e umanista».

I temi affrontati hanno sempre una corrispondenza con quello che accade nel mondo?

«C'è sempre una corrispondenza perché ci sono film che parlano di ferite, ma parlano anche di solitudine, di chiusura al mondo e di necessità di speranza. Penso al film La villa, di Robert Guédiguian, regista francese con cui si è aperto il festival, e penso anche ad altri titoli, The Testament, Hannah di Andrea Pallaoro con Charlotte Rampling, che non elude la sofferenza del vivere ma, anche in un'ambiguità pervasiva, lascia sempre uno spiraglio perché la speranza possa affiorare».

Cosa dobbiamo aspettarci da questa edizione?

«Dobbiamo aspettarci sempre più un festival che ha ragione di esistere perché mette al centro l'uomo e la donna capaci di dialogare con i propri simili, e riscoprire così un'umanità molto più arricchita».

 

 

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