Ötzi e Valmo. Quando gli uomini incontrano le Alpi

Il rapporto dell’uomo con la montagna in un percorso lungo millenni

Sulla vetta del monte Lagazuoi, a 2778 m di quota, si trova il museo più alto delle Dolomiti, il Lagazuoi EXPO Dolomiti, che inaugura i suoi spazi con una mostra dedicata proprio al rapporto tra l’uomo e la montagna. Le Alpi, in particolare, sono un ambiente che può riservare delle sorprese su quelle che sono state le comunità umane che pian piano si sono spinte sempre più in alto, in un ambiente che in qualche caso ha conservato i resti di questi passaggi. La mostra è un percorso che ci racconta della Terra e dei suoi cambiamenti climatici e geologici, dell’uomo e del suo adattamento all’ambiente montano.

Le Alpi, affascinanti, aspre e, nelle giornate uggiose, anche inquietanti, nascondono una storia che emerge a tratti, quando la neve si dirada e lascia asciugare al sole i tesori che nasconde. Ce ne parla l’archeologo e responsabile del museo, Diego Battiston.

Chi sono i due protagonisti che danno il nome alla mostra?

«Ötzi, ovvero la mummia del Similaun, è una persona vissuta 5300 anni fa e trovata in condizioni straordinarie di conservazione a oltre 3000 metri di quota sul ghiacciaio del Similaun, divenuta famosa col nome Ötzi. Vissuto nell’età del rame, si dedicava alla pastorizia, all’allevamento ma anche alla coltivazione. Grazie a questa scoperta, per la prima volta noi archeologi ci siamo trovati di fronte a oggetti perfettamente conservati di quell’epoca; ad esempio un’ascia in rame, il primo metallo a essere scoperto e lavorato dall’uomo, sicuramente un oggetto di pregio che lo identificava come persona di un certo rango».

Cosa ci dice questa scoperta dell’ambiente alpino?

«La mostra parte da molto prima che Ötzi vivesse: dall’ultima glaciazione. Le nostre Alpi, 20.000 anni fa, erano completamente ricoperte dai ghiacci che, a partire da 19.000 anni fa, cominciano a sciogliersi e la vegetazione comincia a progredire nelle valli alpine. Man mano i gruppi umani, della fine del Paleolitico, si spostano verso i limiti dei ghiacciai seguendo gli animali selvatici. Poi, circa 11.600 anni fa, i ghiacciai erano quasi completamente sciolti, restano solamente sulle cime e sulle zone in cui ancora oggi ne resta qualche residuo. Entriamo nell’epoca climatica attuale, l’Olocene, e inizia il Mesolitico, l’epoca degli ultimi cacciatori e raccoglitori che in estate, un po’ su tutta la catena alpina si spostano sulle alte quote, anche sopra i 2000 metri, per la caccia, soprattutto seguendo i branchi di cervi. È proprio su uno dei più bei pascoli delle Dolomiti, siamo a Mondevàl de Sora, sopra Selva di Cadore in provincia di Belluno, a 2150 metri di quota, che si trova un enorme masso di dolomia con due spioventi. Qui i cacciatori avevano trovato una tettoia naturale per farne il loro rifugio e bivacco: il campo base per la caccia estiva.

Il sito più importante per leggere il Mesolitico in alta quota è proprio questo perché, per una serie di straordinarie coincidenze, ha conservato molti resti organici come ossa di animali che danno delle buone informazioni sulla dieta di questi cacciatori e raccoglitori. Ma è conservata anche una sepoltura datata 8000 anni fa: quella di Valmo, l’uomo di Mondeval».

Qui cosa è stato trovato?

«In questa sepoltura c’è lo scheletro di questo cacciatore di circa 40 anni con oltre 60 oggetti di corredo che vanno dalla colla che utilizzava, un mastice fatto di resina e ocra, alla propoli, sapevano come saccheggiare un alveare e prendersi le sostanze di cui avevano bisogno, e poi oggetti che ci anno fatto capire la tecnologia dell’epoca. Lui era un ottimo scheggiatore della selce, nel Mesolitico non erano ancora stati scoperti i metalli, e ha delle strumentazioni per tagliare questa pietra per farsi delle lame e punte di freccia. Ci sono resti di un trapano ad archetto che poteva utilizzare per l’accensione del fuoco o, con una punta in selce, per forare, un raddrizzatore per le frecce e molti altri oggetti che ci hanno fatto capire la tecnologia di questi uomini del Mesolitico».

Queste scoperte cosa ci dicono sull’adattamento e il rapporto dell’uomo con la montagna?

«L’uomo, da quando ha potuto, ha frequentato le alte quote, dopo la glaciazione, alla fine del Paleolitico, e nel Mesolitico per la caccia, poi nelle epoche successive, quando inizia la pastorizia a partire dalla fine del Neolitico, in queste zone abbiamo molte testimonianze di bivacchi di pastori Inizia la pratica dell’alpeggio che ancora oggi è presente e importante per le nostre Alpi. Tra l’altro Ötzi, l’uomo del Similaun, è stato trovato non molto distante da quella che è tutt’ora la più alta via per l’alpeggio e per la transumanza d’Europa che passa a oltre 3000 metri di quota, tra l’Italia e l’Austria».

Come avete pensato il percorso della mostra?

«Il percorso parte dall’ultima glaciazione, dalle Alpi completamente coperte dal ghiaccio e percorrerà le vicende umane da quell’epoca fino ad arrivare a 5300 anni fa, all’età del rame, grazie a questi due importantissimi ritrovamenti: i resti di Valmo, che è il più antico anche se meno conosciuto, che è conservato al museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore, a 8 km in linea d’aria dal Lagazuoi, ed Ötzi, trovato sul ghiacciaio del Similaun vissuto 2700 anni dopo, quando il mondo si era completamente trasformato. Una cosa straordinaria del Lagazuoi è che da li si possono vedere entrambi i luoghi dei ritrovamenti creando una comunicazione visiva tra questi due siti».

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