Una sorpresa positiva per il Kenya

L’incontro avvenuto venerdì 9 marzo tra il presidente Kenyatta e il capo dell’opposizione Odinga potrebbe porre fine a un lungo periodo di tensioni e violenze che rischiavano di rendere instabile il Paese, al centro di una grave crisi regionale

La scorsa settimana tutto il Kenya ha vissuto con stupore un incontro politico che che potrebbe invertire una tendenza verso l’instabilità che nell’ultimo anno e mezzo sembrava essere ormai inevitabile.

La lunga vicenda elettorale che ha visto contrapporsi il presidente uscente Uhuru Kenyatta e l’ex primo ministro Raila Odinga, infatti, sembrava aver condotto Nairobi verso una fase di conflitto permanente. «Per tutto il 2017 – racconta Enrico Casale, redattore di Rivista Africa, la rivista della Società dei Missionari d’Africa – si è temuta una forte instabilità nel paese, anche per via delle numerose vittime degli scontri tra i sostenitori dei due fronti. Le elezioni di agosto, i cui risultati non sono stati riconosciuti, poi quelle di ottobre che, va ricordato, erano state boicottate da Odinga, e infine il giuramento a gennaio dello stesso Odinga come “presidente del popolo”, tutto questo poteva portare a uno strappo insanabile».

Venerdì 9 marzo, invece, i due leader politici si sono incontrati all’insaputa anche dei più fedeli alleati, concludendo poi con una dichiarazione congiunta in cui si afferma di voler lavorare insieme per il Paese. «Inizieremo un processo di avvicinamento della nostra gente – si legge infatti nel comunicato – e cercheremo insieme soluzioni sui problemi del nostro Kenya, lavoreremo per la stabilità».

Quella tra Odinga e Kenyatta è una rivalità che non si esaurisce soltanto con questa tornata elettorale, ma ha radici profonde nella storia del Paese, incrociando vicende familiari e contese etniche. I due attuali leader politici, infatti, sono figli a loro volta del primo presidente e del primo vicepresidente del Paese, in polemica tra loro sin dal 1964, quando Jaramogi Odinga venne accusato di voler prendere il posto di Jomo Kenyatta, spostando il Paese dalla sfera atlantica a quella sovietica. Inoltre, ricorda Casale, «i due esponenti politici hanno gruppi etnici di riferimento diversi e quindi è una rivalità che affonda le sue radici nel profondo del tessuto sociale kenyano. Il presidente Kenyatta è sostenuto dal blocco kikuyu, un gruppo bantu che rappresenta il più consistente del Paese, mentre Raila Odinga è sostenuto da altre etnie che si contrappongono storicamente, come i Luo».

Si ritiene che durante questo incontro si sia concordato un programma per realizzare obiettivi condivisi contro la corruzione e per una politica nazionale inclusiva. «Non si sa bene – spiega Enrico Casale – che tipi di scambi politici, di promesse politiche, ci siano alla base di questo incontro. La cosa positiva è che ci sia stato». Il riavvicinamento tra i due capi politici potrebbe rappresentare un momento decisivo per riportare stabilità in un Paese che viene spesso citato a livello internazionale come un esempio di violenza e corruzione. Inoltre, il Kenya somma problemi interni di disoccupazione ed estrema disuguaglianza a crisi che vengono importate, come gli attacchi delle milizie jihadiste somale di al-Shabaab, le cui posizioni stanno diventando sempre più rilevanti nel nord del Paese e sulla costa.

«Il fatto che non ci fosse un governo solido – sottolinea Casale – rischiava di portare il Paese nel precipizio». Ora l’incontro tra Kenyatta e Odinga potrebbe riprendere quasi da capo un percorso di ricomposizione della frattura ormai profonda nel Paese. «Credo – afferma Casale – che si possa riprendere il cammino per la coesione nazionale di fronte ai problemi del Paese». Oltre a importare minacce dall’esterno e dover affrontare difficoltà interne, il Kenya si trova inoltre al centro di una grave crisi regionale, che riguarda scenari differenti: dalla Somalia al Burundi, dalla Repubblica Democratica del Congo fino all’Etiopia, così come il rischio di una crisi politica in Tanzania. «Il campo profughi di Dadaab, nel nord del Kenya, più che un campo profughi è una città. È un luogo in cui vivono decine di migliaia di persone, non si sa nemmeno bene quanti vivano lì, ed è un campo profughi fortemente simbolico, perché riassume tutto il problema della crisi regionale in cui si trova in mezzo il Kenya.

La coesione politica può essere un passo verso una maggiore stabilità del Paese di fronte a questa instabilità regionale».

Tra gli attori che hanno lavorato a lungo per cercare di avviare nuovamente il dialogo tra le parti, vanno sicuramente citate le chiese presenti in Kenya, da quella cattolica fino alle chiese riformate, maggioranza nel Paese, che conta anche la più grande comunità quacchera al mondo. «Le chiese stanno agendo sia sul territorio, perché rappresentano una rete fittissima di missionari, laici e operatori, che lavorano a contatto con la popolazione, così come a livello di conferenze episcopali. Il loro apporto – conclude Enrico Casale – è fondamentale».

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