La comunione come dono di cui gioire

Il libro di Simone Morandini dedicato alla teologia dell'ecumenismo

Il prossimo Sinodo delle chiese valdesi e metodiste dovrà esprimersi su un documento preparato dalla Commissione per l’ecumenismo e che le chiese dovrebbero aver letto e commentato durante l’anno. Giunge dunque nel momento opportuno questo testo di Simone Morandini, docente alla Facoltà Teologica del Triveneto e da molti anni attivo membro del Segretariato Attività ecumeniche, che ha per tema la teologia dell’ecumenismo*.

Non è che manchino testi sull’argomento, di varia provenienza confessionale; ma spesso offrono soprattutto una panoramica storica, mentre in questo volume l’autore vuole partire dal suo centro, cioè dalla teologia. Mi pare un dato importante, perché troppo spesso ho la sensazione che sul tema del rapporto fra le Chiese prevalgano aspetti psicologici o storici, piuttosto che una riflessione biblica e teologica. Del resto, il tema è sempre controverso e nelle nostre chiese ci sono posizioni diverse che col tempo non sembrano essere cambiate: da un lato vi sono coloro che ritengono che sia importante il dialogo e dall’altro vi sono coloro reagiscono con un certo fastidio perché, si dice, «tanto non serve a niente e la Chiesa cattolica non cambierà mai».

Il libro nasce dal corso sui «Principi del dialogo ecumenico» che Morandini tiene da anni all’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia, di cui è il vicepresidente – e risente un po’ della sua nascita manualistica. Ma non è un difetto perché nell’ampia panoramica che viene presentata dei numerosi dialoghi e dei pronunciamenti fatti dalle varie chiese nel corso del tempo, si coglie una ricchezza e una passione di cui i non specialisti difficilmente si accorgono.

Due sono le parole chiave attorno a cui l’autore fa ruotare la sua riflessione teologica: dialogo e koinonia. Il dialogo innanzitutto: «non è un optional per le Chiese, ma un modo di abitare la storia secondo la logica vissuta dallo stesso Gesù» (p. 160). Infatti un dialogo vero nasce dal riconoscimento dell’altro o dell’altra in tutta la sua dignità di figlio o figlia di Dio. Non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo – senza paura: la paura è nemica di queste aperture (p. 138). «Recepire un dialogo – afferma ancora Morandini – non significa soltanto far proprio un testo o un insieme di pratiche, ma anche, in qualche misura, accogliere i partner che vi sono coinvolti con le loro identità e le loro teologie, in una prospettiva di ospitalità» (p. 164). Tutto ciò porta con sé la necessità di una continua conversione al Signore, perché, come si esprime il Gruppo di Dombes, «le nostre confessioni non meritano la qualifica di cristiane se non nella misura in cui si aprono alle esigenze della conversione» (p. 165).

Il secondo termine attorno a cui ruota la riflessione è koinonia (comunione) e vuole rispondere alla domanda: «in quale direzione possiamo guardare per rappresentarci ecumenicamente la piena comunione futura e le forme che essa potrà assumere, per operare più efficacemente in vista di essa?» (p. 169). Qui il discorso si fa più complesso perché è noto che il tema della Chiesa, della sua forma storica e dei ministeri sia il vero ostacolo in vista dell’auspicata comunione futura e le varie formule di unità che nel tempo sono state proposte e che il libro ci ricorda, sono lì a dimostrarlo. La prospettiva che il nostro autore ci pone dinanzi non è dunque quella di una realtà statica, bensì una dimensione dinamica: «letta nella prospettiva della koinonia, quella dell’unità non appare tanto come una realtà da costruire, magari con faticosi giochi di mediazioni interecclesiali, quanto piuttosto come un dono prezioso da accogliere e custodire; un dono che preme peraltro per trovare espressione storica, in dinamiche di rinnovamento comunionale e reformatio ecclesiae» (p. 237). La comunione come dono di cui gioire, dunque.

Questa affermazione vale tanto più in quanto ci rendiamo conto che le Chiese (e con esse l’ecumenismo) cambiano i loro atteggiamenti e le loro priorità con i cambiamenti della storia. Basti l’esempio delle Chiese ortodosse dopo la caduta del muro di Berlino o quello dei documenti comuni tra le Chiese luterane e quella cattolica in occasione del cinquecentenario di Lutero. È dunque legittimo chiedersi se bastino i fattori teologici per spiegare certi atteggiamenti – o se non vi siano anche dei fattori non teologici che, quanto meno, favoriscono avvicinamenti o allontanamenti. Il testo di Morandini ci aiuta nella nostra ricerca, conducendoci in modo attento e profondo per un percorso alla scoperta di motivazioni profonde per una nuova comunione tra i credenti e le Chiese e potrà certamente essere utile per noi in questo momento di riflessione.

* S. Morandini, Teologia dell’ecumenismo. Bologna, EDB, 2018, pp. 246 euro 23,00.

 

Foto di Pietro Romeo: Sinodo 2016

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