"L'idea che l'umanità possa prosperare senza pace è delirante e falsa"

Le chiese anglicane dell’Asia, dichiarando di non avere fatto abbastanza per la pacificazione tra le due Coree, lanciano un appello a livello internazionale

Negli ultimi mesi abbiamo parlato più volte del processo di pace in Corea e dei tentativi fatti dalle chiese di varie denominazioni, a livello nazionale e di organismi internazionali, per favorire il riavvicinamento dopo settant’anni di divisioni: dalla Federazione coreana cristiana (Kcf) al Consiglio nazionale delle Chiese della Corea (cfr. per esempio qui), dalla Comunione mondiale di chiese riformate (cfr. per esempio qui) al Consiglio ecumenico delle chiese (cfr. per esempio qui), con la storica visita di questi ultimi due ai primi di maggio.

Eppure, c’è anche chi, prima di tutto, fa autocritica (o confessione di peccato, trattandosi di chiese) sul fatto di non «avere giocato un ruolo adeguato nel conflitto» tra le due Coree.

Sono i leader delle chiese anglicane dell’Asia orientale (Council of the Church in East Asia, Ccea), che hanno espresso questo giudizio in un comunicato al termine dell’incontro tenutosi nei giorni scorsi al Ganghwa Peace Observatory, situato proprio sul confine tra le due Coree, e in cui erano rappresentate le chiese anglicane di diversi paesi, tra cui Myanmar, Hong Kong, Giappone, Filippine, Taiwan, Corea, Malesia, Australia.

A riportare la notizia è il servizio news della Comunione anglicana (Acns), che cita le dichiarazioni del presidente del Ccea, l’arcivescovo Moon Hing, vescovo della Malesia occidentale: «Nonostante avessimo la missione di metterci al servizio del processo di pace, come pacificatori, confessiamo che a volte ci siamo schierati da una parte del conflitto e ci pentiamo umilmente di questo». E ha continuato: «Aspettiamo con impazienza la volontà di Dio per lo stabilimento della pace nella penisola coreana, e al tempo stesso facciamo appello ai leader delle due Coree e dei paesi limitrofi, Cina, Russia, Giappone e Stati Uniti, rimanendo attivi per portare alla concretizzazione della pace nella penisola».

Questo non significa sostenere pregiudizi ideologici, ha sottolineato Moon Hing, ma essere «apostoli di Gesù nel XXI secolo, ambasciatori di Dio, incaricati di promuovere la riconciliazione e la pace tra coloro che sono in conflitto. La pace è un valore universale, che tutta l’umanità dovrebbe condividere. L’idea che l’umanità possa prosperare senza pace è delirante e falsa».

Elencando i molti mali di cui è vittima l’umanità oggi, guerre, conflitti etnici e religiosi, distruzione dell’ambiente, squilibri economici, «collasso della moralità», abusi verso donne e bambini, l’arcivescovo ha detto che «per tutto questo molte persone stanno soffrendo e i rifugiati aumentano ovunque».

E ha continuato: «Ora dobbiamo creare una nuova storia, di pace autentica. Oltre il confine, dobbiamo imparare a vivere insieme al di là delle lingue differenti. A livello internazionale, le risorse devono essere condivise per ottenere giustizia, pace, tolleranza e riconciliazione. Dobbiamo rafforzare la rete internazionale per rendere concreti i valori della coesistenza e della solidarietà». La sua speranza è che «la completa denuclearizzazione e riunificazione della penisola coreana siano le basi per la pace nell’Asia orientale e nel mondo».

 

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