Columbine vent’anni dopo

Gli studenti di oggi, che all’epoca non erano ancora nati, in prima linea per fermare l’uso delle armi. Con loro anche le chiese

Era una bella giornata di primavera e sulle montagne del Colorado le aquilegie, simbolo dello Stato, erano fiorite. Aquilegia caerulea o, in inglese, Columbine. Proprio come il nome della scuola superiore che di lì a poco sarebbe stato noto a tutti. Quella mattina gli studenti erano a lezione o in biblioteca. Qualcuno era assente, come Eric Harris e Dylan Klebold, che quella mattina avevano saltato il compito in classe.

In un’ora le loro vite sarebbero state sconvolte, 15 tra docenti e allievi, compresi i due ragazzi, sarebbero morti in una strage che per fortuna si realizzò solo in parte: distruggere l’edificio con due bombe (che non esplosero) e far morire 500 persone era l'obiettivo finale. I due ragazzi, entrati nella scuola con tre fucili e una pistola, oltre ai numerosi ordigni autoprodotti, spararono contro compagni e professori, su cui scaricarono anni di odio e risentimento.

Dopo il massacro si è discusso su che cosa avesse portato due ragazzi di buona famiglia a pianificare un tale orrore. Ci si è interrogati sulla prescrizione sempre più diffusa di psicofarmaci ai giovanissimi, tra cui antidepressivi con effetti collaterali pesanti (sindromi maniacali, aggressività, perdita del senso di rimorso). È stata condotta un’analisi sul bullismo, di cui pare i due ragazzi fossero vittime con episodi anche pesanti, da parte degli atleti delle squadre scolastiche, in una contrapposizione tra vincenti e perdenti portata all’esasperazione, e sottovalutata dagli insegnanti stessi.

Ma soprattutto si è messo in discussione il libero mercato delle armi, che consente a due adolescenti di procurarsi, tramite amici compiacenti, un arsenale.

Da allora tante cose sono cambiate. C’è stato l’11 settembre, l’Afghanistan, l’Iraq (di nuovo), la Siria, gli attacchi terroristici, l’Isis.

La sicurezza non è aumentata; al contrario è cresciuto il senso di insicurezza. Non è diminuita la presenza delle armi, anzi si è sentito il bisogno di armarsi di più. Ci sono state altre stragi scolastiche: per citare le più recenti, alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, Connecticut, e alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, nel 2018, i cui numeri hanno purtroppo superato il già triste record della Columbine.

Ma a quel punto gli studenti, che all’epoca della Columbine non erano ancora nati, hanno cominciato a dire basta. Basta con le armi che si possono acquistare più facilmente degli alcolici.

I ragazzi e le ragazze di Parkland hanno organizzato a Washington March for Our Lives, una manifestazione con circa 500.000 partecipanti, che ha dato origine al movimento che sta contribuendo a scuotere l’opinione pubblica e a influenzare le decisioni politiche.

Si è attivata una mobilitazione a livello studentesco, civile, ecclesiastico. Alla fine di febbraio avevamo parlato dell’iniziativa dei vescovi episcopali Bishops United against Gun violence (qui), rete di 80 vescovi nata all’indomani del massacro della Sandy Hook.
Proprio in questi giorni, i Bishops United stanno organizzando, nel ventennale della Columbine, una serie di eventi «per ricordare le vittime e rinnovare l’impegno per prevenire futuri massacri», come si legge in un articolo dell’Episcopal News Service.

Insieme a loro una ventina di associazioni e gruppi, tra cui l’Episcopal Peace Fellowship (Epf), organizzazione nazionale contro l’ingiustizia e la violenza per la costruzione della pace nella società, nelle chiese e nel mondo; nata significativamente l’11 novembre 1939 con il nome di Episcopal Pacifist Fellowship, sosteneva gli obiettori di coscienza che rifiutavano di prendere parte alla guerra.

Molte le iniziative in programma: un pellegrinaggio alla Columbine dal 26 al 28 aprile con commemorazione al Columbine Memorial, funzioni religiose e veglie di preghiera, un dibattito sulla “cultura della violenza” negli Stati Uniti, la visione del documentario Bowling for Columbine di Michael Moore, laboratori educativi e dibattiti, momenti conviviali.

I promotori delle iniziative hanno confermato che «qualcosa sta cambiando», come avevamo raccontato (sempre qui) a proposito del sostegno alle proposte di legge per restringere l’uso e la diffusione delle armi da fuoco. Forse c’è speranza che non ci siano altre Columbine.

 

Foto: La Hope Columbine Memorial Library costruita alla Columbine High School al posto della vecchia biblioteca, dove si era consumata la strage (Wikimedia).

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