Nigeria, continua l’incubo di Boko Haram

Negli attacchi contro le popolazioni cristiane, i motivi non sono solo religiosi, ma economici, legati in particolare alle condizioni climatiche sempre più difficili, che vedono contrapposti agricoltori e pastori

Cresce la preoccupazione per la situazione in Nigeria: dopo l’uccisione del pastore Lawan Andimi, presidente dell’Associazione cristiana del paese, da parte di Boko Haram, che segue altri episodi violenti, la Federazione luterana mondiale (Flm) e il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) hanno lanciato un appello congiunto (ne abbiamo parlato qui) al presidente Buhari e al governo per fermare le violenze, ricordando le centinaia di persone ancora nelle mani del gruppo terroristico.

Negli stessi giorni, in occasione del World Economic Forum di Davos, il pastore nigeriano Gideon Para-Mallam, pastore di una delle chiese più grandi della Nigeria, la Evangelical Church Winning All (già Evangelical Church of West Africa), con 10 milioni di membri, è stato invitato a presentare nel paese svizzero una conferenza sulla persecuzione dei cristiani.

Laurence Villoz di Protestinfo lo ha intervistato (l’articolo si può leggere qui) chiedendogli la situazione nel suo paese, in particolare per i cristiani: «È un periodo molto difficile, racconta Para-Mallam, specialmente nel nord e nel centro del paese. Le chiese sono spesso oggetto di attacchi, i villaggi cristiani distrutti. Ci sono molti rapimenti e le donne sono le prime a essere colpite, vittime di stupri e rapimenti e diventando oggetti sessuali».

Alla domanda su chi stia perpetrando questi attacchi, il pastore spiega che essi risultano  «dall’espansione dell’islamismo fondamentalista di Boko Haram e dalla radicalizzazione dei Fulani», una popolazione nomade, in gran parte musulmana, diffusa in tutta l’Africa occidentale e nota anche con il nome francese di Peuls. Sebbene gli attacchi abbiano colpito anche dei musulmani (e la stessa popolazione Fulani), sottolinea Para-Mallam, «non possiamo negare che Boko Haram voglia sradicare i cristiani».

L’intervista fa poi riferimento allo sconvolgente reportage del saggista, giornalista e filosofo Bernard-Henry Lévy, pubblicata da Paris Match alla fine del 2019, che parla di una situazione di pre-genocidio nel paese, che il mondo sembra non vedere, puntando il dito proprio sulle crescenti violenze compiute dai Fulani e sulla complicità dell’esercito. Ma altri ricercatori e giornalisti hanno criticato questa interpretazione, sottolineando per esempio come il fattore religioso non sia quello primario. Il contrasto tra i pastori nomadi musulmani Fulan e gli agricoltori cristiani si gioca infatti sulle terre fertili della “Middle Belt”, la zona centrale del paese ambita dalle due popolazioni. Il contrasto si accentua con fattori climatici (periodi di siccità sempre più lunghi), da un lato, e l’esplosione demografica (oggi il paese conta 200 milioni di abitanti) che porterà nei prossimi decenni il paese a essere il terzo al mondo per popolazione.

I dati diffusi da Amnesty International in un rapporto della fine del 2018 dedicato al “raccolto di morte” del conflitto tra le due popolazioni parlano di 3600 morti tra 2016 e 2018 e richiamano, tra l’altro, anche la responsabilità del governo.

Il pastore Gideon Para-Mallam conferma che la situazione è molto complicata: da un lato il governo ha cercato in passato di fermare Boko Haram, dall’altro anche se «non ci sono prove concrete che sostenga [Boko Haram e i combattenti Fulani] è chiaro che c’è un’inazione da parte sua, e gli omicidi continuano».

Para-Mallam condivide l’idea che il paese si trovi in una fase di pre-genocidio, e riconosce che «gli attacchi diretti e strutturati diventano, in effetti, sistematici […] stiamo cercando aiuto perché non vogliamo arrivare a un genocidio vero e proprio».

Intanto, il pastore e i suoi collaboratori lavorano sul territorio per costruire la pace attraverso il dialogo interreligioso: «Incoraggio cristiani e musulmani a lavorare insieme per una coesistenza più pacifica, collaboro con degli imam, in diversi posti siamo davvero riusciti a creare una reale cooperazione».

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