Mediterranean Hope, prime settimane di lavoro in Bosnia

E' cominciato l'impegno della Federazione delle chiese evangeliche per aiutare i migranti lungo la rotta balcanica, grazie alla collaborazione con la Ong IPSIA-ACLI

Entra nel vivo il lavoro sul nuovo “fronte” di Mediterranean Hope, la Bosnia. Nei giorni scorsi i due operatori del programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei) in Italia sono stati per la prima volta impegnati all’interno del campo di Lipa, il campo profughi nell’estremo nordovest della Bosnia-Erzegovina a ridosso della frontiera croata, simbolo di quanto accade sulla rotta balcanica.Ed è proprio in quel campo che sorgerà la tenda comune finanziata dalle chiese protestanti, che diventerà una cucina comune.

Il progetto della FCEI è cominciato ufficialmente lo scorso 17 febbraio, grazie alla collaborazione con la Ong IPSIA-ACLI. L’intervento della federazione delle chiese protestanti italiane, realizzato grazie al sostegno dell’Otto per mille delle chiese metodiste e valdesi, prevede in particolare l’avvio di una nuova tenda-capannone riscaldata polifunzionale che avrà la funzione di uno spazio per la socializzazione.

I lavori per la tensostruttura sono cominciati proprio in questi giorni. Saranno inoltre realizzate in questo spazio delle cucine collettive per permettere ai migranti la preparazione autonoma dei pasti.

«I primi giorni – spiegano Claudia Vitali e Niccolò Parigini – ci stanno servendo per prendere contatto con gli operatori presenti in questi territori e per capire come poter contribuire alle attività quotidiane. Abbiamo anche avuto modo di incontrare diversi migranti, soprattutto uomini giovani, provenienti da Afghanistan, Iran, Pakistan. Molti di loro hanno provato il “game”, ad attraversare i confini per raggiungere l’Italia, e sono tornati qui a Bihac, senza vestiti, né telefoni né documenti, che gli vengono tolti o sottratti al confine con la Croazia», purtroppo spesso dopo aver subito abusi e violenze di cui tutti abbiamo letto e sentito le testimonianze.

«La comunità di questa cittadina è solidale ed accogliente. Ma è ovviamente un contesto problematico e fragile, nel quale le persone più vulnerabili con ogni evidenza restano “bloccate”, senza o con pochi diritti». Un contesto che ricorda da vicino «un po’ il Libano, per il suo carattere multiculturale ma anche per le sofferenze e le crisi che questi territori hanno vissuto», ma in qualche modo anche «Lampedusa, dove si parla sempre di “invasione” o di “emergenza” ma in realtà il fenomeno migratorio è una costante, e i provvedimenti-lampo, per lo più di tipo repressivo, non funzionano. Servono soluzioni di lungo periodo, condivise da tutti gli Stati Ue, che garantiscano il pieno rispetto dei diritti di chi scappa per cercare un futuro», concludono.

L’iniziativa della Fcei prevede inoltre il sostegno alle attività della Croce Rossa di Bihac, in particolare per la gestione dei magazzini, la distribuzione di beni e cibo. Non solo, perchè come ha dichiarato Paolo Naso, coordinatore di MH, «a questo impegno si accompagna anche una precisa richiesta politica al Governo italiano appena insediato e alle istituzioni europee: la drammatica situazione dei profughi in Bosnia impone l’apertura di un corridoio umanitario d’emergenza che garantisca protezione e sicurezza almeno ai soggetti più vulnerabili. La nostra esperienza quinquennale di corridoi umanitari dimostra che esiste un’alternativa ai viaggi della morte, sia per mare che attraverso le montagne. Per questo, con questo nuovo impegno in Bosnia cercheremo di capire in che modo l’esperienza virtuosa dei corridoi umanitari dal Libano possa essere  applicata anche per altri profughi e lungo altre frontiere».

Per saperne di più: Ipsia Acli https://www.ipsia-acli.it/it/notizie/item/513-balkan-route-bosnia-erzegovina-a-un-passo-dalla-catastrofe-umanitaria.html

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