Iraq, Consiglio delle Chiese del Medio Oriente: «Visita del Papa è segno di amore»

«A Ur ma senza gli ebrei, un’occasione sprecata» titola invece il giornale delle Comunità ebraiche in Italia

 Una visita storica, «che cerca di sanare le ferite della popolazione sofferente del Medio Oriente, in particolare dell’Iraq». Così il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente commenta il viaggio di papa Francesco, terminato ieri mattina 8 marzo, con la partenza  alla volta di Roma. Il Segretario Generale del Consiglio, Michel Abs, ha dichiarato in un comunicato che la visita del «Pontefice della fratellanza umana, arriva in uno dei momenti più critici della storia moderna. Questa visita è un segno di amore e guarigione. È un richiamo alla fermezza di fronte all’oscurantismo, alla violenza e all’annientamento».

Per il Segretario generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente la visita di Francesco in Iraq rappresenta una notizia attesa da tempo, sia a livello politico che religioso, poiché gli incontri  «hanno incluso tutti i componenti della società irachena». È per tanto «un momento di riconciliazione tra fratelli in una società ricca di risorse e di innovazione, dopo che erano stati alienati l’uno dall’altro da guerre e trasformazioni globali. La visita di papa Francesco può costituire senza dubbio un cambio di passo nei rapporti tra le varie componenti di una società unificata, ma annegata nelle sabbie mobili degli interessi internazionali».

Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, si legge nella conclusione della nota, «ritiene che questa visita benedetta sia in armonia con i suoi obiettivi di istituzione che ha cercato, sin dal suo inizio mezzo secolo fa, di riunire persone e gruppi di varie affiliazioni. Possa il Signore benedire questa visita e benedire coloro che l’hanno cercata, organizzata e che l’accompagneranno affinché porti frutto, perché il Creatore benedice tutti coloro che avvicinano i cuori e si sforzano di diffondere l’amore e stabilire una cultura di pace».

La pensa diversamente Moked, il giornale dell'Ucei, l'Unione delle comunità ebraiche italiane, che in un editoriale sottolinea che «Su un punto, a quanto pare, il governo di Baghdad è stato irremovibile: incontrarsi tra religioni diverse va bene, ma tra queste non deve figurare l’ebraismo. La missione di papa Bergoglio nei luoghi del patriarca Abramo si chiude così con questa singolare assenza. 

Un’assenza che non è passata inosservata. “Il governo iracheno ha impedito agli ebrei di partecipare alla storica visita del papa”, ha titolato tra gli altri il Jerusalem Post. Per Edwin Shuker, uno dei leader dell’ebraismo inglese, che in Iraq ci è nato, “un’opportunità storica sprecata” ai fini di una possibile “riconciliazione” e di un’azione di consapevolezza, finora mai esercitata, riguardo alle ingiustizie e ai crimini commessi in passato. 
Un intollerabile oblio continua a coprire questa vicenda. Si tratta, e parlano in modo eloquente anche i numeri, di una delle più drammatiche storie di persecuzione e fuga che hanno segnato la vita degli ebrei nel mondo arabo nel secolo scorso. 
Il totale degli ebrei iracheni nel 1948 si aggirava intorno alle 140mila unità, il 2,6% della popolazione nazionale. In assoluto una delle realtà più floride del Medio Oriente. Oggi si contano poche decine di persone, sul cui conto nulla o quasi si sa. 

Fino all’ultimo il Vaticano avrebbe tentato di far cambiare idea all’Iraq, scontrandosi però con un secco rifiuto e un persistente tentativo di boicottaggio. “Senza un riconoscimento della storia e del contributo ebraico in Iraq nel corso dei millenni, ogni discorso su diversità e inclusione non ha valore” il lapidario commento dello storico iracheno Omar Mohammed, intervistato dal sito Algemeiner». 

 

Foto di HomoCosmicos, la Ziggurat di Ur

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