Una lettura teologica per reagire alle sfide di oggi

Alla vigilia di un Sinodo per forza di cose anomalo, le chiese metodiste e valdesi ritrovano la loro massima sede decisionale. Nelle parole della moderatora Alessandra Trotta anche la gioia per due consacrazioni

Fra meno di una settimana (22 agosto) si aprirà una sessione un po’ diversa del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste: in parte in presenza, in parte in modalità telematica, è comunque un bel segnale di ripresa e di speranza. Ne abbiamo parlato con la diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, eletta dal Sinodo 2019, che, a causa della pandemia da Covid, è rimasto l’ultimo svoltosi. Dunque, con quale spirito ci prepariamo a questa scadenza?

«Con uno spirito di grande attesa, attesa di tornare a vivere questo essenziale momento di verifica, confronto, dibattito e decisione che è purtroppo mancato lo scorso anno; e con la gioia della consacrazione, nel culto di apertura, di un nuovo pastore e di una nuova diacona ! Ma ovviamente anche con alcune preoccupazioni in più, in relazione alle modalità di svolgimento in buona parte da remoto e con una durata ridotta: mettere a punto una macchina organizzativa e tecnica in grado di assicurare il regolare svolgimento dei lavori e delle votazioni; la necessità di un adattamento di alcune regole procedurali, con l’attenzione, però, a preservare l’essenziale dei principi di accessibilità e partecipazione effettiva di tutti al processo decisionale, in coerenza con il senso e ruolo dell’assemblea sinodale; l’inevitabilità di scelte di priorità rispetto ai temi da discutere più approfonditamente, senza strozzare il dibattito; l’impegno a garantire comunque (superando, però tante difficoltà in più per esigenze di sicurezza) alcuni momenti più pubblici di riflessione e testimonianza, che si svolgeranno in presenza a Torre Pellice e potranno essere seguiti in streaming».

In quest’anno e mezzo di pandemia la gestione di una situazione eccezionale si è affiancata alla "normale amministrazione": ma che cosa è "normale" in un frangente eccezionale, e quali esigenze spirituali sono emerse?

«Io dico spesso che nella nostra Chiesa lo straordinario è ordinario e il “normale” non esiste. Ci alleniamo sin da piccoli a resistere a precarietà, emergenze e problemi inattesi! Ma effettivamente questo anno e mezzo ha portato a una tale concentrazione di energie su alcune emergenze davvero eccezionali, che è stato particolarmente forte il rischio di non potersi permettere adeguati tempi di elaborazione guidati da una visione più lunga, di cui c’è invece bisogno anche per potere condurre efficacemente una macchina amministrativa.

In ogni caso, in mezzo a tante fragilità, nuove complessità e frammentazioni del quadro sociale e anche comunitario e nel pieno di un passaggio generazionale molto significativo per le nostre chiese, sento soprattutto un forte bisogno di incoraggiamento e fiducia, e poi di formazione, per mantenere la capacità di leggere teologicamente la realtà e dare risposte spiritualmente coerenti alle sfide che si affrontano. Un intero capitolo della relazione della Tavola al Sinodo è dedicato a progetti speciali di formazione in aree ritenute cruciali: l’Essere chiesa insieme (lo sviluppo di comunità interculturali); i giovani, in vista di una partecipazione sempre più intensa e propositiva alla vita comunitaria e dell’assunzione di responsabilità essenziali per mandare avanti la Chiesa nel presente e nel futuro; e il ruolo dei Circuiti, come strumenti essenziali per lo sviluppo di una comune responsabilità missionaria delle chiese in un ambito territoriale più ampio di quello della propria “parrocchia”».

Le chiese evangeliche in Italia sono anche sollecitate, ovviamente, dalla società in cui sono inserite: migranti, emergenza sociale (soprattutto mercato del lavoro) e ambito etico e rapporti con la Chiesa cattolica in riferimento al disegno di legge Zan: in che modo i protestanti italiani possono dare e dire una parola originale ai loro concittadini?

«Anche nell’anno della pandemia credo si possa riconoscere che le nostre chiese non hanno chiuso gli occhi di fronte ai bisogni e alle responsabilità che emergono in un mondo caratterizzato da diseguaglianze sempre più grandi e scandalose nell’accesso a diritti essenziali come la salute, il lavoro, l’educazione. Proprio nell’ambito del lavoro (a cominciare da quello di giovani e donne) saremo impegnati nei prossimi mesi a mettere in campo alcune azioni, speriamo significative, investendo quella parte del fondo Coronavirus creato lo scorso anno e da subito destinato a contribuire alla ripresa del Paese dopo la fine dell’emergenza sanitaria.

Quanto alla qualità del dibattito politico e all’intervento delle Chiese su progetti di legge su temi eticamente sensibili, nella mia mente è rimasto scolpito quanto affermato dal nostro Sinodo nel 2007 (in un altro anno caratterizzato da dibattiti infuocati), e cioè che “la politica non ha la funzione di realizzare il vero, ma di cercare soluzioni il più possibile eque e che la misura dell’equità sta nella capacità delle soluzioni adottate di garantire diritti e libertà e aiutare ogni persona a compiere scelte responsabili nei confronti dei problemi complessi, che nessuna ideologia può semplificare”.

Ecco, credo che continui a essere questo un buon contributo che come protestanti possiamo dare per svelenire il clima in cui si discute nel nostro Paese su temi tanto rilevanti e delicati per l’esistenza delle persone, sui quali le divisioni ideologiche, sempre più violente, sono davvero inaccettabili e più che mai si dovrebbe compiere lo sforzo di trovare delle sintesi in cui tutti si possano sufficientemente riconoscere, per una convivenza civile improntata al rispetto della libertà e dignità di ogni persona, del pluralismo delle idee, della solidarietà umana, della protezione dei più fragili, principi che da credente ricavo, in modo essenziale e inesorabile, dal centro del messaggio evangelico, come espresso nelle parole e nella prassi di Gesù Cristo».

 

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