La stagione degli incendi

Ancora un’estate caratterizzata dalle fiamme nei boschi mediterranei. Facciamo chiarezza con un’analisi scientifica

Tra le grandi notizie che hanno occupato l’estate giornalistica in corso, anche quest’anno sono comparsi molti racconti di incendi boschivi: in Italia ha colpito soprattutto quello dell’Oristanese, oltre ai roghi legati all’ondata di calore in Sicilia; tra i paesi vicini è spiccata soprattutto la serie di incendi in Grecia, assieme ad un grande rogo nel sud della Francia.

Cominciamo Bene – la trasmissione dell’emettente Radio Beckwith Evangelic ha intervistato Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del Cnr, per capire quali siano le valutazioni scientifiche e i dati a disposizione sull’Europa mediterranea.

«Indubbiamente» dice Provenzale «gli incendi sono una caratteristica tipica dell’area mediterranea; fanno parte dell’ecosistema. Il problema è che noi ci viviamo, con densità di popolazione anche molto alte, quindi ne subiamo le conseguenze. Negli ultimi 20 anni si parla di poco più di 100mila ettari all’anno bruciati in Italia, 480mila ettari bruciati nell’Europa mediterranea (più di tre volte la superficie della Sardegna). Però la cosa interessante» spiega Provenzale «è osservare il trend. A partire dai grandi incendi degli anni ‘90, l’area bruciata dagli incendi estivi nell’Europa mediterranea è in generale diminuita, perché sono aumentate le misure di prevenzione e di controllo. Si è fatto, e si sta facendo, qualcosa. Purtroppo non è diminuita ovunque: in alcune parti di Sicilia, Puglia, Portogallo e Spagna è invece aumentata». Bisogna però notare, specifica ancora, «che la stagione degli incendi si sta spostando anche al di fuori dell’estate, verso l’autunno, perché le temperature rimangono alte anche nei mesi successivi all’estate».

Questo è un punto cruciale, per comprendere la situazione: la crisi climatica sta già modificando alcuni valori chiave, ma ci si aspetta che lo faccia sempre di più. «Gli incendi hanno quasi tutti un’origine umana, dolosa o accidentale» precisa innanzitutto Provenzale. «Però l’incendio può espandersi a seconda delle condizioni del combustibile (ovvero: la legna)». Queste condizioni dipendono in buona parte dal clima degli ultimi mesi prima dell’incendio. E stanno peggiorando: «le temperature estive aumentano, le precipitazioni in Europa mediterranea stanno diminuendo, e quindi si creano le situazioni adatte ad un aumento degli incendi. Nel nostro gruppo di ricerca abbiamo fatto alcune proiezioni climatiche: mostrano che se la temperatura aumentasse ancora di due gradi rispetto ad oggi» cioè: tre rispetto all’epoca pre-industriale «potremmo avere aumenti di area bruciata anche superiori al 200%. Se questi aumenti di temperatura e siccità fossero lenti, dando modo all’ecosistema di aggiustarsi, allora si avrebbe un aumento minore. Ma se fossero rapidi, allora vedremo un aumento molto forte dell’area bruciata attesa».

Purtroppo, non c’è alcun dubbio in questo senso: gli aumenti sono rapidi come forse mai prima nella storia della terra. Ma poiché sappiamo che un certo aumento di temperatura media globale è ormai inevitabile, occorrerà quantomeno porre la massima attenzione alle buone pratiche per limitare l’entità degli incendi. Quali sono le più efficaci, secondo chi studia scientificamente queste situazioni?

«Tutte le procedure di osservazione (satellitare e sul campo) sono particolarmente efficaci, come quelle di allarme tempestivo e precoce. Dopo i grandi incendi di 35 anni fa, le protezioni civili dei paesi si sono attivate. Quella italiana ha svolto e sta svolgendo un lavoro eccellente di coordinamento in queste buone pratiche». Contano anche «l’intervento veloce e l’uso di mezzi aerei magari già dislocati nelle zone più a rischio (secondo la stima del rischio di incendio, che arriva qualche giorno prima)».

Queste sono alcune delle pratiche già in uso, anche se non in modo sufficientemente esteso. Provenzale pone poi l’accento su due considerazioni puntate al futuro, a partire dalla tipologia di vegetazione: «Come comunità abbiamo l’abitudine di piantare pini sulle coste, che sono altamente infiammabili. Quindi, ci sarebbe bisogno di uno studio attento, insieme a chi si occupa di scienze forestali, per piantare macchia mediterranea, che invece è più resistente. Un ultimo aspetto è spingere sulle previsioni stagionali, ovvero riuscire a dare una stima, qualche mese prima, del rischio di incendio in una determinata estate. Ci sono dei primi dati, ovviamente ancora sperimentali, ma positivi. C’è ancora strada da fare, ma questo permetterebbe di predisporre le misure di controllo e di prevenzione. È poi chiaro che, essendo un problema di tutta l’Europa mediterranea, è necessario che ci sia sempre più un collegamento tra le protezioni civili di paesi e regioni per condividere metodi, pratiche, informazioni su questo tipo di rischio».

Qui il Link al podcast per ascoltare l'intervista via radio.

 

Foto di Jean Beaufort

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