Le migrazioni che agitano i sonni dell'Europa

A colloquio con Peter Gatrell (Università di Manchester) che ha ricevuto il premio «Cherasco storia»

«La gente tentava in tutti i modi di scappare con le barche. Le navi più grosse non riuscivano a passare, solo le barchette. Mi ricordo una povera vecchia lasciata lì a morire, che urlava. Nessuno la aiutava. Abbandonata, da sola. Noi siamo stati fortunati. Siamo partiti su una barchetta, poi su una barca grossa». Inizia così, con una testimonianza di chi nel 1944 scappava cercando rifugio a Ovest di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa sovietica sulla costa orientale del Baltico, il libro di Peter Gatrell uscito da Einaudi nel 2020 con il titolo L’inquietudine dell’Europa*, che l’autore ha realizzato avvalendosi di collaboratori spagnoli, svedesi, italiani e tedeschi e consultando archivi e biblioteche in tutta Europa; un lavoro che si è protratto per oltre tre anni. Un viaggio in Europa che va dal 1945 a oggi, quello di Peter Gatrell, che insegna Storia economica all’Università di Manchester e che da decenni si occupa di migrazioni e di Europa. Un percorso condotto al seguito dei milioni di migranti che in settant’anni hanno attraversato il nostro continente: i più, fatto non sempre sottolineato, erano e sono, europei.

Spesso chi è stato migrante si è trovato poi a essere fra chi doveva accogliere. La prospettiva nel tempo cambia, le migrazioni sono diverse e le persone portano con sé storie particolari. Dietro alle mobilità a volte ci sono motivazioni differenti con le popolazioni migranti che si trovano talvolta a essere vittime di una situazione che li vede protagonisti loro malgrado. Ma ha un senso parlare di migrazioni politiche, religiose o economiche? Un viaggio individuale a volte, per essere capito, va letto da una prospettiva più generale rispetto alle particolarità del singolo, anche se sono proprio queste a dare sostanza alle narrazioni collettive. C’è tutta questa complessità in un libro che finisce per restituirci una storia d’Europa letta alla luce delle migrazioni forzate, della ricostruzione prima e della decolonizzazione poi, e quindi della recessione degli anni Settanta e del “dopo 1989”, finendo per chiedersi, pensando all’oggi: “dove va l’Europa, dove vanno i migranti?”.

Quando qualche giorno fa abbiamo incontrato Gatrell a Torre Pellice (era in Piemonte per ricevere il premio “Cherasco storia”1), abbiamo parlato con lui di questa complessità. Intanto: perché partire dal 1945 per raccontarla e non per esempio dal 1918?

«Perché era necessario limitare il campo, e mi è parso interessante partire dal 1945, un momento di ricostruzione e di trasformazione per il nostro continente. Partire da lì mi dava la possibilità di parlare di diversi tipi di migrazione: quella legata alla “risistemazione” dell’Europa del dopoguerra; quella legata all’industrializzazione; alla città/campagna e si potrebbe continuare. Soprattutto ripercorrendo questi ultimi settant’anni emerge chiaramente come la storia dell’Europa sia una storia di migrazioni, e molti aspetti sono simili da Est a Ovest del nostro continente. Le storie si ripetono, anche se le crisi si generano in luoghi diversi coinvolgendo attori diversi: stati, persone, associazioni ecc. Un quadro complesso che un periodo lungo, ma non lunghissimo, come quello preso in considerazione permette di mostrare e affrontare».

– Leggendo il libro emerge anche forte la differenza di prospettiva tra locale e internazionale?

«Certo, ma a volte è difficile stabilire la differenza tra le varie prospettive. A volte per esempio i migranti si spostano per motivi economici da un luogo, ma sono perseguitati dove arrivano e si trasformano così in persone a cui sono negati i diritti, e nella lettura delle cose tutto si complica. Guardando alla narrazione che si è venuta a costruire sotto i miei occhi nella ricerca, è emerso sempre più chiaramente come fosse la legge a mettere i confini, e questi nel tempo cambiavano».

– Ovviamente non tutti i rifugiati sono uguali. Quello che lei ci mostra è un racconto che parte dalla “risistemazione forzata” delle popolazioni avvenute subito dopo la guerra: penso ai tedeschi della Prussia o dei Sudeti per fare qualche esempio, e passa attraverso i Gastarbeiter provenienti dall’Italia o dalla Turchia in Germania, ma anche ai vietnamiti migrati in Cecoslovacchia o ancora ai migranti provenienti dall’Est Europa subito dopo il crollo del Muro di Berlino fino a chi si sposta oggi. C’è qualcosa che accomuna tutte queste persone?

«Quando parliamo di migranti ci sono sempre difficoltà da parte di chi accoglie: di lingua, di cultura. La solidarietà è importante se nasce dalla comunità locale, ma spesso l’ostilità fa guardare all’altro come a un appartenente a un gruppo portatore di insicurezza. Questo è costante e riguarda tutti. Molti in Europa sono stati “altri” rispetto al luogo in cui sono arrivati. Spesso poi la generazione successiva si trasforma in ospitante e le dinamiche si presentano a ruoli invertiti e le ostilità si ripropongono».

– Ma la memoria non potrebbe aiutare? Lei è uno storico e il suo libro, nella parte finale in cui si fa un salto nell’attualità, parla anche di questo. Quanto è importante la memoria per la creazione di una coscienza europea in termini di migrazioni?

«Molto. Purtroppo però la memoria spesso è molto politicizzata. L’importante secondo me è salvare quella collettiva, creare una sorta di “banca della memoria” per le generazioni future. La difficoltà sta nel fatto che quelle di cui parliamo sono le nostre memorie, e spesso tendiamo a selezionarle. La questione dell’oblio a volte finisce per prevalere: c’è chi tace e non vuole parlare della propria storia. Dobbiamo mettere sul tappeto anche il problema delle rappresentazioni della realtà che talvolta tende a cancellare le differenze mostrando un mondo uniforme facendo perdere le particolarità. Per me invece sono proprio le storie particolari a dare quel di più, se messe in relazione con le altre, rispetto all’insieme. La sfida è nel riuscire a salvare la dimensione particolare delle narrazioni e ciò che è generale. Un lavoro complesso ma fondamentale per il nostro futuro».

1. Il Premio “Cherasco storia” viene attribuito annualmente dal 1997 e che finora ha visto insigniti fra gli altri Eric J. Hobsbawm, Chiara Frugoni, Roberto Vivarelli, Silvio Pons. Nelle giornate di inizio ottobre sono stati premiati Martin Goodman e Carmine Pinto, vincitori ex aequo dell'edizione 2020, quando, causa Covid, non potè tenersi la manifestazione pubblica. Della giuria del Premio fanno parte fra molti altri e altre, Alberto Melloni, Claudia De Benedetti, Donatella Di Cesare e Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura.

Nota del libro

* P. Gatrell, L’inquietudine dell’Europa. Torino, Einaudi, 2020, pp. XXVIII-612, euro 36,00.

 

Foto dal sito The British Academy

 

Interesse geografico: