La scuola non è per tutti

Migliaia di bambini Rom e Sinti in Italia continuano a essere discriminati in tema di diritto allo studio, in un sistema che sembra, già in partenza, aver rinunciato a loro

 

L’anno scolastico cerca di andare avanti mantenendo il più possibile la didattica in presenza, nonostante i focolai di Covid-19 e le conseguenti classi in quarantena stiano lentamente crescendo. Una sfida per gli studenti e per gli insegnanti, che cercano di stare al passo col programma coinvolgendo le classi, anche se a distanza. 

Per alcuni studenti, quello della pandemia è stato un ostacolo ostico, quasi insormontabile, che ha sicuramente peggiorato una situazione di forte precarietà.

Chi si fa portavoce di questo problema è il movimento Kethane, Rom e Sinti per l’Italia (Kethane significa insieme), proprio perché ci sono migliaia di bambini Rom e Sinti che vivono una situazione di forte precarietà educativa, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Dijana Pavlović, portavoce del movimento Kethane, conferma che la situazione è abbastanza grave. «Come primo elemento da considerare - racconta Pavlović - c’è la precarietà abitativa che, soprattutto nelle grandi città, influenza la precarietà scolastica. Questo non vuol dire che i bambini non vadano a scuola, vengono iscritti seppur con grande difficoltà. Poi, per via di uno sgombero, di un trasferimento della famiglia da un centro di accoglienza all’altro e così via, si vedono costretti a rinunciare o comunque a non andare regolarmente. Questo comporta la perdita delle lezioni, a non sentirsi all’altezza e preparati quanto i propri compagni, con conseguente senso di rifiuto. Ci sono bambini a Milano che sono stati sgomberati 13 o 14 volte e cambiato tra le 6 e le 7 scuole. Vuol dire ripartire da capo ogni volta».

Quello che la precarietà abitativa comporta, sono conseguenza significative su tutta una serie di servizi a cui la famiglia, e quindi i minori, non possono accedere, dai buoni scuola al pediatra. Chi è costretto a vivere in una casa occupata, in una baraccopoli o in un centro di accoglienza del comune che però non fornisce alla famiglia la possibilità di avere la residenza in quel centro, non potrà avere tutte le facilitazioni di cui tutti i bambini con problemi economici possono usufruire.

«Poi c’è la questione della preparazione nel sistema scolastico e la disponibilità della scuola ad accettare bambini Rom e accoglierli. Per noi è una questione di fortuna, ci sono alcuni istituti che accedono ai fondi, fanno dei progetti e si impegnano nella relazione con la famiglia, e altri proprio no. A volte anche solo iscrivere un bambino a scuola è un’impresa: è capitato di girare 5 o 6 scuole e in ognuna sentirsi dire che non c’è posto o che che non ci sono insegnanti di sostegno adeguati per accogliere i bambini di questo tipo. Il fatto più grave è che tutto questo è la normalità».

Con il Covid la situazione si è ulteriormente aggravata: una ricerca a livello nazionale ha rivelato che circa il 60% delle famiglie, con i bambini iscritti regolarmente a scuola, durante il primo lockdown non è stato contattato neanche una volta, neanche telefonicamente, dalla scuola. Il 60% dei bambini e bambine ha perso l’anno oppure, come accade spesso, è stato promosso senza che ci fosse una preparazione adeguata. 

«Questo vuol dire che i bambini sono molto indietro rispetto ai compagni e loro questo lo capiscono. Finita la quinta elementare passano in prima media e si rendono conto di non essere in grado di affrontare il programma scolastico. Si sentono insicuri, inadeguati e gli vengono dei dubbi sul proprio valore; iniziano a non voler andare a scuola e prima o poi abbandonano».

La metà della popolazione Rom e Sinti nel paese è composta da minori, il problema quindi riguarda qualche migliaio di bambini in tutta Italia.

«Ci vorrebbe una specie di piano Marshall - dice Pavlović - che passi dal risolvere la precarietà abitativa per poi intervenire sugli istituti scolastici, sulla formazione e preparazione degli insegnanti. Sarebbe un investimento importante per dei bambini che sono come tutti gli altri: una risorsa per questo paese. Se non ci si investe è difficile immaginare che questi bambini possano avere un futuro normale, lavorativo e da contribuenti. È più facile pensare che siano un costo sociale, un peso e un problema».

La questione abitativa sembra essere davvero alla base di molti problemi e porta a galla anche delle situazioni assurde rispetto agli sgomberi che vengono proclamati, salvo poi scoprire che spesso i campi non sono abusivi, ma c’erano degli accordi con i Comuni che hanno permesso l’insediamento in quel luogo. Un problema talmente incancrenito da risultare di difficile visualizzazione della soluzione. I passaggi sarebbero tanti e complessi: «Io penso che la prima cosa da perseguire siano la consapevolezza e la volontà politica che una simile azione sia sensata e auscpicabile. Non mi pare che questo sia il caso. A volte si fanno progetti e si spendono tante risorse che comunque non portano molti risultati perché non c’è un coordinamento, una lettura e un’analisi del fenomeno fino in fondo. Fondamentalmente molti di questi progetti si riducono in attività carine per i bambini ma non si ripercuotono sul loro rendimento scolastico e inserimento sociale. 

Ulteriormente, non sono solo il Ministero, o il Miur, o l’Assessorato alla Scuola gli unici che si devono occupare di questa situazione; la questione coinvolge varie competenze. Per esempio una cosa molto semplice, sarebbe almeno dare la possibilità alle famiglie che hanno i figli iscritti a scuola di avere una residenza. Questo gli permetterebbe di accedere ai servizi di tutti i tipi, in più i genitori potrebbero iscriversi regolarmente alle graduatorie per le case popolari.

Il mattone che manca alla base quindi, pare proprio essere un progetto condiviso che converga tutte le risorse che ci sono a livello nazionale, europeo e locale. Un progetto coordinato che coinvolga non solo chi gestisce i fondi ma anche i diretti interessati, le famiglie Rom e Sinti e le Associazioni.

Tra l'altro l’associazione Kethane quest’anno riceverà dal Ministero degli Esteri il premio Cidu per i diritti umani. Un grande riconoscimento anche secondo Dijana Pavlović: «Spesso ci sembra di fare le battaglie contro i mulini a vento. Abbiamo grandi risorse umane e capacità, siamo tutti attivisti ma non siamo professionisti della comunicazione e a volte affrontiamo delle questioni molto più grandi di noi. In tutti questi anni pochi sono stati i successi veri, di cambiamento radicale della situazione, molte le frustrazioni, molte le lotte per salvare anche un solo ragazzo, una ragazza, un bambino, una famiglia. Questo è un riconoscimento, il primo in assoluto in Italia, che non riconosce soltanto il lavoro degli attivisti, ma riconosce che c’è un tema di diritti umani legato ai Rom. Non è un problema di sicurezza sociale, lo è in alcune occasioni, ma è soprattutto una questione di riconoscimento di dignità umana a un gruppo, a un popolo, che vive in Italia, che è di fatto una minoranza ma che dallo Stato non è riconosciuta. Ci sono 12 minoranze storico linguistiche riconosciute, noi siamo l’unica non riconosciuta. Spero che questo riconoscimento sia un inizio».

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