Se un membro soffre...

L'editoriale di Peter Ciaccio pubblicato sul settimanale Riforma n. 31

Uno spettro si aggira alle porte dell’Europa: è lo Stato islamico, autoproclamatosi in un’area grande quanto il Belgio tra Siria e Iraq, due paesi fortemente instabili. Le notizie, le voci, le leggende fanno accapponare la pelle: esecuzioni di massa, decapitazioni, bambini uccisi o arruolati.

L’area è da millenni crocevia di popoli e culture. Vi abitano soprattutto musulmani, divisi in sciiti, sunniti e sufi (distinzione che da quelle parti ha una recente e grave storia di conflitti); ci sono poi cristiani, zoroastriani e i sincretistici yazidi. Inoltre c’è una significativa presenza curda, dalla forte coscienza nazionale, senza però omogeneità religiosa.

Lo Stato islamico è l’evoluzione del gruppo di Al Qaeda in Iraq, da cui poi è stato espulso, perché troppo violento e perché uccideva troppi musulmani. Insomma, per Bin Laden erano troppo estremisti! Fondato nel 2000 dal famigerato Al Zarqawi come Al Qaeda Iraq, nel 2013 prese il nome di Isis - Stato islamico dell’Iraq e del Levante, allargandosi dunque in Siria e lavorando per egemonizzare i diversi gruppi ribelli contro il regime di Assad. Ora si chiama semplicemente Stato islamico.

In comune con Al Qaeda c’è la lotta contro l’Occidente e tutto ciò che esso rappresenta − post colonialismo imperialista, cristianesimo, filosionismo, illuminismo, secolarismo −, ma se ne differenzia sostanzialmente per l’atteggiamento all’interno dell’Islam. Se l’Occidente è il nemico ultimo, per lo Stato islamico il primo nemico da abbattere è il musulmano diverso: anzitutto sciiti, sufi ed eretici vari (tra cui i yazidi).

Oltre a essere dei tagliagole, i membri dello Stato islamico sono provetti terroristi: moltiplicano l’effetto delle loro azioni, filmando massacri e distruzioni e facendole girare su YouTube, Facebook e Twitter, per instillare il terrore nelle popolazioni prossime ad essere colpite. Effetto «Mamma, li Turchi!» 2.0.

Cosa sta succedendo ai cristiani in Iraq. Giungono notizie di massacri di cristiani iracheni. Eppure Luis Raphaël Sako, patriarca caldeo di Babilonia, ha smentito che vi siano state decapitazioni e uccisioni di massa di cristiani. È una fonte talmente autorevole da richiedere un ulteriore sforzo di comprensione di quanto sta accadendo lì ai cristiani nel contesto generale.

Il fatto che non siano massacrati non significa che si possa distogliere l’attenzione dalle loro sofferenze. I cristiani locali non sono la preoccupazione principale dello Stato islamico: i terroristi vogliono anzitutto uniformare l’Islam e punire con la morte il nemico interno. I cristiani locali, allora, è «sufficiente» che consegnino tutti i beni e se ne vadano. Si dice ci sia anche l’opzione di rimanere pagando un tributo sostanzioso, ma sarebbe folle fidarsi di un qualsivoglia accordo con tali banditi.

Pertanto la situazione dei cristiani in Iraq è molto grave: almeno mezzo milione di persone sono rimaste senza nulla da un giorno all’altro e vagano in cerca di rifugio. Per quasi due millenni a Falluja, Tikrit, Mosul, Qaraqosh c’è stata una presenza cristiana: ora non c’è più. È difficile per chi vive in Europa immaginare cosa significhi non avere più nulla, vista la vulgata del «ma che vengono a fare tutti questi immigrati da noi: non lo sanno che non abbiamo nulla?»

I cristiani in Iraq, poi, non abitavano in quartieri cristiani: la ghettizzazione è tradizione europea, non asiatica. Le città da dove sono stati espulsi non erano «loro», ma «anche loro». La presenza di uomini e donne cristiane in quelle terre «anche loro» ha resistito al Califfato, all’Impero Ottomano, ai protettorati francese e britannico, alle dittature di Saddam Hussein e di Assad padre e figlio. È assurdo che tale esperienza e testimonianza debba concludersi ora, ma è molto probabile che sarà così, così com’è già stato per molte comunità ebraiche da quelle parti.

Cosa devono fare i cristiani qui. Se si tratta di aiutare il prossimo, il cristiano non deve fare distinzioni. Sostenere il povero che dorme sui cartoni sotto casa nostra e aiutare per quanto possibile chi soffre in Iraq, qualunque sia l’appartenenza religiosa del bisognoso, sono parte dello stesso progetto. Non un progetto umanitario, ma divino. L’insegnamento evangelico non invita infatti a restare umani, ma a diventare in un certo senso «divini»: aiutare tutti quelli che ti chiedono aiuto e tutti quelli che non possono chiedertelo. Nonostante il senso diffuso di impotenza di fronte all’enormità delle tragedie nel mondo, si può fare qualcosa: l’impegno sociale e politico in primis. E anche mettere mano al portafogli: «Dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore» (Luca 12,34). Inoltre il cristiano crede che la preghiera può cambiare le cose come stanno. La preghiera per chiunque soffre, dunque, diventa imperativa.

C’è tuttavia un legame particolare col cristiano sofferente, che in Occidente si tende a dimenticare — tranne se vogliono costruirti la moschea sotto casa, e allora magicamente ti ricordi che alla Mecca non si possono costruire chiese —. È il legame delle membra del corpo di Cristo: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua» (I Corinzi 12,26-27).

Non c’è dubbio che i cristiani iracheni abbiano dovuto lasciare le loro case e i loro beni, e che dunque siano perseguitati in quanto cristiani; ed è chiaro che subiscono la pulizia etnica, perché l’alternativa sarebbe il genocidio. Certo, potevano essere sufi, sciiti o zoroastriani e avrebbero sofferto lo stesso o anche peggio. La teologia cristiana ci parla però dell’unione mistica con Cristo e con tutti gli altri cristiani, ovvero la comunione dei santi che confessiamo nel credo e l’unico pane che condividiamo nel sacramento della Cena del Signore.

È uno dei tanti paradossi antidualisti della fede cristiana, che non permettono di possedere la verità: da una parte non si fanno distinzioni, dall’altra si fa parte di un «corpo» distinto. Il cristiano deve vivere questo paradosso, tenendo conto di entrambi gli aspetti. Non c’è pertanto — paradosso dei paradossi — molta differenza tra il cristiano che, per non fare distinzioni, si dimentica del legame particolare con i fratelli e le sorelle cristiane, e il cristiano che, per affermare l’unione mistica, distingue tra «i nostri» e «i loro».

Cominciamo a prendere coscienza della situazione in Iraq e Siria e a non dimenticare chi soffre. Lo spettro della morte e distruzione può essere sconfitto dal coraggio della memoria e della compassione.

"A church in Baghdad". Licensed under Public domain via Wikimedia Commons.

Interesse geografico: