Nuovi problemi per vecchi emirati

L'avanzata dello Stato Islamico in Siria e Iraq negli ultimi mesi ha ottenuto grande visibilità nel mondo della comunicazione. Tuttavia, non si tratta dell'unico fronte di espansione dell'autoproclamato califfato 

Nella giornata di ieri alcune testate raccontavano del riconoscimento dell'autorità di Abu Bakr al–Baghdadi da parte di Ansar al Sharia, movimento jihadista che in Libia ha costituito un governo parallelo a quello riconosciuto dalle Nazioni Unite e ha proclamato un califfato nella città di Derna, città a est di Bengasi che si affaccia sul Mediterraneo. La stessa cosa è successa circa due mesi fa anche nella regione di Borno, nel nordest della Nigeria.

Accanto a queste due realtà si sta però affacciando una terza area che nei prossimi mesi potrebbe essere al centro dello scontro, quella del Caucaso del nord. La storia dell'Emirato del Caucaso comincia verso la fine del 2007, quando uno dei principali comandanti ribelli della Cecenia, Doku Umarov, proclamò la nascita di una nuova istituzione statale che abbraccia le regioni storiche del separatismo caucasico: Cecenia, Inguscezia, Ossezia del Nord, il Daghestan e la steppa di Stavropol'. «Sin dalla prima fase – racconta il giornalista russo Andrei Smirnov – le posizioni all'interno dell'emirato erano due: una che sottolineava la dimensione islamica del movimento, sostenuta da Umarov, e una che rivendicava una natura antirussa e vicina all'Europa».

Quest'ultima visione dell'azione politica dell'entità statale non riconosciuta, che faceva capo ad Anzor Astemirov, leader delle milizie Yarmuk Jamaat, sembra essere stata cancellata negli ultimi 12 mesi. Dopo la morte per avvelenamento di Umarov nel settembre del 2013, infatti, si è aperta una sorta di “guerra di successione”, che ha portato al potere un nuovo emiro, Ali Abu Muhammad, già qadi, giudice nella corte islamica, con il nome di Aliaskhab Kebekov. Secondo John Dyck, collaboratore della rivista di geopolitica canadese Geopolitical Monitor, «Abu Muhammad sta trasformando il modus operandi dell'organizzazione, rendendola una realtà lontana dal jihadismo tradizionale». Se da un lato, infatti, ha criticato il massiccio ricorso agli attentati suicidi che in alcune fasi hanno caratterizzato il separatismo ceceno, dall'altra ha diffidato i sostenitori dell'emirato dall'unirsi ai combattenti dello Stato Islamico e di Jabhat Al-Nusra, perché «nessun paese al mondo mette in pratica correttamente la shari'ah, quindi bisogna rimanere nel Nord Caucaso e combattere per applicarla qui».

Sul fronte interno queste affermazioni sembrano essere una presa di distanza dai recenti attentati suicidi a Grozny in occasione dei festeggiamenti per il compleanno del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che hanno provocato la morte di cinque poliziotti e il ferimento di altri 11. Tuttavia, per le autorità filorusse della repubblica caucasica queste affermazioni sono soltanto parte di una strategia strumentale ad una maggiore accettazione popolare dei messaggi jihadisti. Kadyrov, infatti, su cui lo Stato Islamico ha messo una taglia di cinque milioni di dollari, considera i sunniti mediorientali e quelli caucasici esattamente assimilabili, e per questo sembra pronto ad inasprire le misure di repressione dei movimenti islamici nel paese.

Queste posizioni hanno però un valore differente se si guarda ai rapporti tra movimenti jihadisti: in questo senso, infatti, Kebekov rischia di pagare la sua appartenenza al sufismo, una “colpa” che i gruppi mediorientali hanno sempre tollerato a fatica in nome di un'unità di intenti sul lungo periodo, e che ora potrebbe creare una rottura nell'emirato.

La Russia, da sempre attiva nel contrasto ai separatismi caucasici, attende il momento del ritorno in Cecenia dei guerriglieri che hanno deciso di unirsi allo Stato Islamico, perché, sempre secondo John Dyck, «le differenze di opinioni a livello tattico e strategico tra “vecchi” e “nuovi” jihadisti caucasici potrebbero creare divisioni significative tra gli insorti. Se queste divisioni ci saranno davvero, la Russia vincerà la guerra senza neppure combattere».

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