Elezioni Usa, il commento del leader dell'Aws

Brad Lewis: sorprendenti gli esiti dei referendum rispetto al voto delle politiche

Il 4 novembre si sono svolte le elezioni di medio termine negli Usa, tema di cui ci siamo già occupati nei giorni scorsi commentando la vittoria repubblicana che complica terribilmente gli ultimi due anni di mandato del presidente Barack Obama, che dovrà fare i conti con un Parlamento a lui ostile. In contemporanea la popolazione è stata chiamata ad esprimersi su un altissimo numero di referendum, ben 146 sparsi fra 41 Stati, molti dei quali di impostazione assai liberal, in teoria quindi poco concilianti con l’esito del voto politico. E invece non sono mancate le sorprese perché, dalle nozze gay alla legalizzazione della marjiuana, dall’aborto all’aumento del salario minimo, hanno trionfato le posizioni più aperte e meno oscurantiste. Fenomeno interessante perché mette in risalto la frattura fra voto politico e battaglie sui diritti civili, evidentemente non soltanto più cavallo di battaglia democratico, ma patrimonio anche di una certa destra che si sta staccando dalle visioni dei propri padri, biologici e politici. Curioso come la proposizione e quindi gli esiti di tali quesiti referendari non abbiano pressochè trovato copertura mediatica sui mezzi di comunicazione italiani, concentrati soltanto sulla battaglia per il rinnovo del Parlamento. Evidentemente certi temi di così grande risonanza ed eco rappresentano per il nostro Paese ancora dei tabù, e porli in risalto un pericoloso esercizio di democrazia che non siamo più abituati a compiere a queste latitudini, in ossequio ad una visione decisamente conservatrice della vita pubblica. 

Abbiamo chiesto un commento su questo argomento a Brad Lewis, professore all’Union College di Schenectady (New York), ex presidente della Chiesa riformata statunitense e attuale presidente dell’American Waldensian Society (Aws).

«Due tendenze significative sono emerse con evidenza nel corso delle ultime elezioni statunitensi della settimana scorsa. La prima non è una sorpresa: i repubblicani hanno aumentato la loro maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e l’hanno conquistata al Senato, monopolizzando il Parlamento e rendendo in prospettiva assai difficili gli ultimi due anni di mandato di Barack Obama. Non rappresenta una sorpresa perché accade assai spesso che le forze di opposizione riportino vittorie nelle elezioni di metà mandato, sorta di referendum sul gradimento dell’operato di un presidente. La seconda tendenza è invece più sorprendente e meno reclamizzata: in una serie di referendum in alcuni Stati Usa sono stati approvati il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’uso legale anche a scopo ludico della marijuana, l’aumento del salario minimo, e l’entrata in vigore di norme meno restrittive in tema di aborto. Dico sorprendente perché non sono questi temi cari ai repubblicani, anzi. Evidentemente i conservatori non sono riusciti a convincere i propri concittadini ad esprimersi su queste questioni, cavalli di battaglia dell’amministrazione democratica guidata da Obama. Proprio per questo analisti politici di varie testate Usa hanno definito il voto come frutto di una dissonanza cognitiva. Sostanzialmente la spiegazione è che forse i conservatori protestanti di più giovane età sono ancora disposti a votare repubblicano, ma non più a sostenere le idee dei propri genitori su temi quali l’omosessualità, l’aborto, la liberalizzazione dell’uso delle droghe leggere. Questo è stato anche un turno elettorale incredibilmente costoso, con una spesa totale di oltre 3 miliardi di euro, confermando l’industria della politica come una delle più potenti nel panorama statunitense».

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