Il caso Eternit e la sicurezza sul lavoro

Annullata dalla Cassazione la sentenza di condanna per l’industriale svizzero Stephan Schmidheiny nel processo Eternit. Ma la tutela e la salute sul lavoro sono a rischio in diverse zone del Paese

La Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per l’industriale svizzero Stephan Schmidheiny nel processo Eternit, dichiarando prescritto il reato. Ci sono state manifestazioni di opposizione alla decisione, bandiere alzate contro la prescrizione, e a Casale Monferrato è stato indetto il lutto cittadino. Nell’attesa di un nuovo processo, questa volta non più per disastro ambientale, ma per il reato di omicidio, il Governo ha già promesso un ddl per la modifica della prescrizione. Questo lungo processo ci fa riflettere sulla ricerca di responsabili per le morti sul lavoro nel nostro paese, e sulla tutela della salute dei lavoratori. Commentiamo le notizie con l’avvocata Ilaria Valenzi, esperta di diritto del lavoro. 

Cosa pensa di quanto è successo?

«Per quanto riguarda la sentenza della Cassazione sul reato di disastro ambientale la decisione era già nell’aria. La fattispecie di disastro che viene usata in questi casi avrebbe avuto delle possibilità, sulla scia della sentenza di Porto Marghera di qualche anno fa, ma l’orientamento è cambiato. Credo che occorra agire sulla fattispecie perché non è un soltanto un problema di prescrizione. Sicuramente la discussione che vediamo è importante, perché le riforme sulla prescrizione della metà degli anni 2000, in particolare la ex Cirielli, taglia le gambe ad una serie di reati che sono ipotesi di reato permanenti, cioè quelli che hanno un lungo svolgimento nel tempo. Il problema di prescrizione c’è, ma non farei un discorso sulla lungaggine del processo: processi come questo non possono non essere lunghi. Non si interviene in maniera allarmistica sui tempi di prescrizione, ma come ha già detto Caselli, in Italia non esiste un evento interruttivo della prescrizione, e forse è proprio lì che bisogna agire. La sentenza si esprime sulla prescrizione e non sul reato, che c’è. Questo tipo di sentenza può rimettere in questione il disastro ambientale, ma anche il fatto che le morti sul lavoro dovute alla presenza di sostanze cancerogene devono essere valutate nel momento in cui c’è la malattia, non nel momento in cui viene interrotta l’azione che comporta la malattia, come la chiusura della fabbrica. Lo spostamento dell’interpretazione della tipologia di reato comporterebbe la possibilità di una tutela successiva. Una sentenza del genere permette una maggiore possibilità con la seconda inchiesta, per la quale verrà utilizzato un sistema che è già stato sperimentato con la sentenza della ThyssenKrupp, cioè l’utilizzo della figura del dolo eventuale, in cui i padroni dell’azienda hanno accettato il rischio della morte del loro lavoratore».

Ci fosse stato il reato di disastro ambientale, nella tutela dei lavoratori sarebbe cambiato qualcosa?

«Sì, nel momento in cui le fabbriche italiane costruite sull’amianto e per l’amianto in Italia sono dei luoghi in cui il disastro non è esclusivamente interno, ma spesso anche un disastro per la comunità. L’esposizione all’amianto mostra i suoi effetti con una latenza molto lunga. Il reato di disastro ambientale cambierebbe l’ottica di come si lavora nelle aziende. Porterebbe a una forma diversa di responsabilità, perché si è chiamati penalmente a rispondere delle proprie mancanze, e questo non più essere ricondotto soltanto ad una seconda inchiesta, quella con il capo di imputazione per omicidio, perché non è soltanto una questione di reato contro la persona, ma contro l’intera comunità, contro l’incolumità pubblica, e riguarda la sicurezza ambientale e la possibilità di uno sviluppo della comunità di una vita salubre».

Possiamo interpretare la vicenda come l’ennesimo caso di difficoltà di perseguire i responsabili delle morti sul lavoro?

«Sì, sicuramente possiamo leggerlo con questa lente. In Italia grazie al decreto legislativo 81 del 2008 abbiamo un sistema di responsabilità per la sicurezza e la salute fisica e psicofisica sul lavoro, il quale prevede una ripartizione molto precisa di chi è il responsabile per la sicurezza nelle fabbriche, e chi è responsabile del controllo insieme al datore di lavoro, che è il responsabile ultimo. L’intero sistema ruota intorno alla capacità di sottoporre l’azienda a un sistema di sorveglianza sanitario che sia un sistema continuo, e che preveda delle rappresentanze dei lavoratori sulla sicurezza. Questo va di pari passo con la questione dell’amianto, perché la sostanza di per sé è considerata mortifera, che l’Inail riconosce immediatamente come portatrice di malattia. Allora c’è un problema di responsabilità delle singole aziende, ma c’è anche un problema di capacità del paese di bonificare le zone contaminate dall’amianto».

Qual è il ventaglio di casi del genere in Italia, anche se non sono ancora sulle prime pagine?

«Quello che esploderà a breve sarà il caso Ilva ma non solo a Taranto, ma anche a Piombino, che ha una situazione assimilabile. A Gela, per la presenza del Petrolchimico, a Bagnoli, che fa parte del gruppo Eternit. Ma dobbiamo considerare che l’esposizione alle sostanze che hanno un effetto nocivo non avviene solo nelle grandi aziende. Tutti i lavoratori delle Ferrovie Dello Stato, per esempio, sono continuamente in contatto con amianto laddove ci sono strutture non bonificate; questo avviene anche in altre strutture pubbliche. Quindi occorre concentrarsi anche al di fuori delle fabbriche che producono danni ambientali e alla salute dei lavoratori, in quelle tipologie di lavoro diffuse che avvengono in strutture nocive. L’ottica della prevenzione delle morti sul lavoro avviene proprio a questo livello».

 

Fonte immagine: Karol Pilch (Karol91) (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons