Calano i fedeli in Germania

Più della crisi di fede potè la modifica delle modalità di prelievo dell’imposta sulla religione

Continua e si aggrava l’emorragia di fedeli dalle chiese tedesche: responsabile non è soltanto la crisi religiosa, ma soprattutto la crisi economica. Sì, perché in Germania esiste la Kirchensteuer, un’imposta che ogni membro versa per sostenere le attività della propria chiesa di appartenenza. La tassa, che esiste dal 1919, è sempre stata prelevata dalle buste paga dei cittadini tedeschi e riguarda tutte le confessioni presenti nel Paese e ufficialmente riconosciute. Da anni ormai si è aperto un ampio dibattito sull’opportunità o meno di una tassazione obbligatoria di questa specie, ancor di più da quando si è diffusa la notizia che a partire dal 2015 muterà la modalità di prelievo dell’imposta, che verrà attinta direttamente dal capitale presente in banca. Questa modifica sta causando una vera e propria diaspora di fedeli, che devono recarsi presso appositi uffici dei tribunali dei propri Land di appartenenza e dichiarare di essere diventati atei. Molti fra questi continuano comunque a seguire in maniera ufficiosa la vita della propria chiesa di appartenenza, anche se su questo tema le varie confessioni stanno prendendo posizioni diverse perché non è possibile avere un trattamento unico fra un fedele e chi non lo è più (si pensi alle comunioni ad esempio).

Fatto sta che da inizio 2014 sono oltre 700 i membri della Chiesa evangelica riformata, che hanno chiesto di abbandonare la propria fede, contro i 300 dell’anno precedente. Questo alla luce appunto delle nuove modalità di prelievo direttamente alla fonte che molti malumori sta causando ai privati, ma sta preoccupando al contempo anche i vertici ecclesiastici, che vedono ridursi i capitali a disposizione per le proprie attività.

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