Cecilia Strada: «ebola si ferma con l’organizzazione e la logistica»

Stabili le condizioni del medico italiano, ma in Africa il virus continua a fare vittime

Un medico italiano di Emergency, che operava in Sierra Leone da ottobre, è risultato positivo ai test per il virus dell’ebola. Trasportato a Roma per le cure, ora è stabile. Le notizie di oggi parlano delle sue condizione, ma anche sui risultati positivi della sperimentazione di un nuovo vaccino, probabilmente pronto nel 2015. La Commissione europea ha chiesto ai paesi di mobilitare 5mila medici e operatori sanitari per debellare l’epidemia in Africa occidentale, dove le persone continuano a essere contagiate quotidianamente. Abbiamo commentato queste notizie con Cecilia Strada, presidente di Emergency.

Cosa la colpisce nei titoli di questi giorni?

«I titoli sono molto diversi, da qualche parte abbiamo un'informazione reale e completa, dall’altra titoli come “’ebola arriva a Roma”, che sono folli e davvero tesi a seminare il panico, oltre a non fare informazione. Per noi di Emergency è stato ulteriormente spiacevole leggere quei titoli, perché a Roma non è arrivata ebola, ma una persona che merita rispetto perché è stata contagiata mentre curava le persone e si dava da fare per cercare di fermare l’epidemia in Africa occidentale ed evitare quindi che il virus si diffondesse in altri paesi. Si può fare un’informazione diversa, più equilibrata, completa, che non miri alla pancia delle persone e soffi sulle paure, ma che miri a dare un'informazione scientifica».

Il vostro medico sta meglio?

«Il nostro medico è stabile, aveva lasciato la Sierra Leone in buone condizioni generali, aveva avuto un po’ di febbre ma nessun altro sintomo di ebola. Ho letto delle polemiche sul perché non sia stato curato in Africa: abbiamo la fortuna di essere cittadini italiani e lo Stato garantisce la nostra salute anche quando siamo all’estero. Chi non vorrebbe tornare a essere curato a casa propria nel momento in cui viene contagiato da una malattia così grave e drammatica? Oltre al fatto che, tornando in Italia, ha potuto lasciare un posto libero nel nostro ospedale a persone che non avrebbero la possibilità di essere curate altrove».

Qual è la situazione nei vostri ospedali in Sierra Leone?

«I nostri ospedali sono pieni. Stiamo lavorando per aprire un nuovo centro da cento posti letto a metà dicembre solo per l’isolamento e il trattamento dei malati di ebola. La situazione è drammatica in Sierra Leone, con 80-100 casi di contagio ogni giorno».

A Roma si è parlato anche della carenza di personale per curare chi è stato contagiato. Nei vostri ospedali avete il personale necessario?

«In Sierra Leone le proporzioni sono più che invertite: è un paese dove, anche prima dell’epidemia di ebola, le strutture sanitarie nazionali avevano delle enormi difficoltà e carenze di personale, tanto che Emergency lavora in Sierra Leone dal 2001. Quando abbiamo incominciato a lavorare lì, c’era un solo pediatra in tutto lo stato. La carenza di personale è cronica per certe regioni, e con l’epidemia si è aggravato, perché i primi ad ammalarsi e morire sono stati proprio gli operatori sanitari. C’è sempre più bisogno di personale, lo stiamo reclutando un po’ dappertutto, sono arrivati da poco 14 medici dall’Inghilterra, che cominceranno a lavorare nel nuovo centro a metà dicembre e aspettiamo anche personale italiano, un’altra decina di persone sono pronte a partire. Ebola si ferma solo con la logistica, che permette di organizzare nuovi centri di isolamento e trattamento, e con il personale per gestirli».

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