Soltanto perché il mondo sappia

Le reazioni al rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo dicono poco sulla loro sorte ma molto di noi. Sullo sfondo, una guerra dimenticata da tutti

Un video. 23 secondi. E si riaccende la speranza. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, 21 e 22 anni appena compiuti, sono vive e chiedono all'Italia di fare presto perché sono in pericolo di vita.

Certo, un video per fare pressione sulle trattative per il riscatto e inoltre un video di cui non si sa molto: pare sia stato girato a novembre e di sicuro la data del 17 dicembre, segnata a mano sul foglio che Vanessa tiene in mano, è fittizia. Però è già qualcosa: ci dice che, probabilmente, in quanto oggetto di trattativa, sono vive. Sarebbero prigioniere di Al Nusra, la costola siriana di Al Qaeda: tutto sommato una buona notizia, perché di tutte le forze in gioco sul devastato territorio siriano – se si esclude quel che resta dell'Esl, l'Esercito Siriano Libero, composto dai ribelli che avevano preso le armi contro Assad dopo lo scoppio della rivoluzione – Al Nusra rappresenta oggi la parte meno radicale e violenta dell'islam in guerra. Certo meno dell'IS, lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, che ha fatto irruzione nell'immaginario occidentale con il terrore delle decapitazioni della scorsa estate. Il fatto che le due ragazze siano in mano ad Al Qaeda, oggi, rappresenta così l'ipotesi meno drammatica.

Molto più di questo, non siamo in grado di dire. Il resto è compito dell Farnesina e dell'intelligence, che in tutti questi mesi non hanno mai smesso di seguire il caso.

Rapite il primo agosto nei pressi di Aleppo, Vanessa e Greta non sono due sprovvedute in gita scolastica fuori porta. Conoscono la situazione, sono già state in Siria, tutto il loro tempo in Italia lo hanno passato a raccogliere fondi per la popolazione costretta sotto gli scud del regime.

Greta i fine settimana li passa alla stazione di Milano a portare aiuti ai profughi e a raccogliere le loro storie. Ad appena vent'anni sa che entrambe le cose sono fondamentali: sopravvivere e salvare la memoria. Scrive quello che le raccontano, custodisce quel che resta della vita quotidiana spezzata degli uomini e delle donne che incontra. Al telefono, meno di un anno fa, mi diceva: l'unica cosa che mi importa è che il mondo sappia.

Il mondo sa, ma se ne frega, per lo più. E' esattamente questo che a vent'anni non puoi accettare.

Vanessa e Greta sono state rapite nella terra siriana che avevano deciso di aiutare. E' successo a loro come, qualche mese prima, era successo a Domenico Quirico o a padre Paolo Dall'Oglio, entrambi esperti conoscitori delle zone: uno è tornato, dell'altro non si hanno più notizie. Càpita, quando valichi certe frontiere: molto fanno i contatti, molto di più il giorno buono – la fortuna insomma. Eppure per le due ventenni si è sprecato il peggio della nostra insipienza di occidentali, della nostra vigliaccheria di italiani bravi a sputare sentenze via social. Non parlo delle centinaia di commenti misogini e crudeli del commentatore più o meno anonimo su facebook o sulle pagine dei quotidiani online, ma dei politici e di quei sedicenti giornalisti che hanno detto, in buona sostanza e senza mezzi termini, che se la sono andata a cercare e che dovevano “stare a casa a giocare con le bambole”.

I più moderati, afflitti dalla terribile malattia del buon senso, si sono limitati a dire che sono state due “avventate”. Certo, che cosa ci vuole, a posteriori, a definire avventata l'entrata in un paese in guerra, da cui anche le grandi organizzazioni umanitarie sono andate via? Non certo molta intuizione o particolare acume. Che cosa pensare poi di chi rischia per qualcuno che nemmeno conosce? Immagino che a molti non sarà parso vero bollare il coraggio e l'altruismo di Greta e Vanessa come stupidità; non sempre è facile riconoscere negli altri cosa manca in noi.

Così ci è toccato vedere l'invidia per lo slancio di umanità altrui tramutato in meschino risentimento: chi pagherà il riscatto, non dovrebbero almeno sborsarne una parte loro? Il 2 per cento è adeguato?

Ma fatele tornare, prima, per favore. Fatele tornare, pregate che tornino; nell'attesa tacete. Non usatele come simboli di qualche fazione o ideologia – pro o contro islam, pro o contro patriarcato trionfante o morente – non fate trasmissioni dotte sulle loro espressioni facciali e su quanto siano pallide sotto quel velo: da cinque mesi sono sotto sequestro e nessuno può immaginare quali pensieri le abbiano attraversate. Avete mai avuto paura di morire – morire davvero, subito, come il condannato a morte di Dostoevskij? Ecco, immaginate che cosa può voler dire averla sempre, di continuo, giorno e notte.

Che poi nessuno mi toglie la convinzione che Greta e Vanessa, 21 e 22 anni, nella loro “avventatezza” sono andate da sole in uno dei posti più crudeli del mondo anche perché tutti quelli che avevano il potere di fare qualcosa – la politica, la cooperazione internazionale – lo avevano ormai abbandonato. Su di loro e sul nostro immobilismo, prima di tutto, ricade la responsabilità della vita in sospeso di due ventenni. 

Foto Stefano Stranges