Tra maternità e vuoto legislativo, il caso di Torino riapre il dibattito

La Corte d’Appello di Torino ha riconosciuto la doppia maternità di una coppia di donne, sposate in Spagna, nei confronti del figlio, nato da fecondazione assistita. Ancora una volta, però, il vuoto legislativo non garantisce certezze sul riconoscimento del diritto genitoriale

La decisione della Corte d’Appello di Torino, che ha deciso di riconoscere la doppia maternità di due donne, una italiana e una spagnola, che avevano richiesto la trascrizione di una doppia genitorialità già riconosciuta dall’ordinamento spagnolo, rappresenta una “prima volta” in Italia.

C’è un precedente interessante, che risale al 30 luglio 2014, quando il tribunale dei minori di Roma aveva consentito ad una donna di adottare il figlio della compagna: con quella sentenza si era in qualche modo creato il terreno per uno status fino ad allora inedito nel nostro paese, ma la recente decisione del tribunale torinese ha introdotto un’importante novità, quella del riconoscimento del diritto sin dalla nascita del figlio.

«Il bambino – spiega Marco Gattuso sulla rivista online Articolo 29 – è dunque figlio di due madri anche per la legge italiana».

Il Comune di Torino ha comunicato che per ora non procederà alla trascrizione, perché la sentenza della Corte d’Appello smentisce quella di primo grado, e per prudenza si attenderà quindi anche il pronunciamento della Cassazione, che avrà carattere definitivo e potrebbe portare ad un allineamento, per via giuridica e non legislativa, alle normative europee che inquadrano il tema della genitorialità.

Secondo il senatore Sergio Lo Giudice, membro delle commissioni Giustizia e Diritti umani del Senato, l’ultimo grado di giudizio dovrebbe confermare questa decisione. «Il fatto che la Corte d'appello di Torino abbia affermato questo diritto con argomentazioni solide – racconta – rende improbabile che la Cassazione possa smontarle».

Tuttavia, ancora una volta, deve far riflettere quello che Lo Giudice definisce «un ritardo formidabile del legislatore»: da molti anni, infatti, almeno dal governo Prodi del 2006, si discute nel Parlamento italiano di leggi che regolamentino le unioni civili, ma fino ad oggi non si è raggiunto nessun risultato, al punto che l’Italia si trova ormai nelle retrovie tra i paesi Ocse per quanto riguarda il tema, e soltanto i tribunali e la via giudiziaria hanno prodotto aperture, attestate però caso per caso.

Attualmente, nella commissione Giustizia del Senato si sta discutendo un progetto di legge sulle unioni civili, a proposito del quale il presidente del Consiglio Renzi si è sbilanciato promettendone un’approvazione entro il 2015.

Il prossimo mese è atteso un ciclo di audizioni con giuristi e costituzionalisti che daranno la loro opinione sul disegno di legge, e se non dovessero esserci modifiche rilevanti anche in Italia sarà introdotta la possibilità di adozione del figlio del partner anche all'interno di una coppia dello stesso sesso. Come spiega Lo Giudice, «non solo il genitore riconosciuto come legale, magari perché legato ad un ruolo biologico, ma anche l'altro genitore di fatto potrà adottare il bambino ed essere riconosciuto come un genitore a tutti gli effetti».

Questa legge potrebbe finalmente affermare quello che nell’inquadramento legislativo europeo viene definito “principio della supremazia dell’interesse del minore”, inalienabile in particolare nel caso di un riconoscimento di una situazione già in essere, esattamente come nel caso stabilito dal tribunale di Torino.

Tra le prime reazioni, non sono mancate le accuse, rivolte alla Corte d’Appello, di «mettere in crisi la famiglia tradizionale». Si tratta, secondo il senatore Lo Giudice, di un’accusa che «si smonta da sola». In effetti, quando si parla di “famiglia tradizionale” si usa quello che potrebbe essere definito come uno stratagemma semantico, simile all’opposizione tra “vita” e “morte” sfruttata dai movimenti antiabortisti. Quella che oggi si intende come famiglia tradizionale, la classica famiglia eterosessuale, è in effetti già molto diversa da quella di cinquant'anni fa, fondata sull'indissolubilità del matrimonio, sulla differenza tra figli legittimi e naturali, sulla potestà dell’uomo sulla donna, sul delitto d'onore. «Ecco – spiega Lo Giudice – quella struttura non esiste più, e quella che oggi viene definita come “tradizionale” è solo una delle tante forme di famiglia. […] Siamo di fronte a un desiderio di fare famiglia, a nuove famiglie che si vogliono costituire, a coppie di adulti che vogliono amare i propri bambini, e non capisco come questo possa mettere in discussione la famiglia tradizionale. […] L’omosessualità non è contagiosa, e nessuna famiglia può subire un danno dal fatto che esista un'altra famiglia che è felice perché riconosciuta socialmente».

La partita, sia nelle aule di tribunale che in quelle parlamentari, è aperta, ma soltanto la politica potrà dare, finalmente, una risposta.

Sarebbe però assolutorio parlare soltanto di possibilità, ed è per questo che l’affermazione va fatta in modo diverso: la politica non potrà, ma dovrà dare una risposta.

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