Una chiesa attenta ai diritti degli ultimi

Drammatica la condizione dei carcerati negli Stati Uniti. La chiesa presbiteriana organizza una grande manifestazione pubblica al Campidoglio tra il 17 e il 20 marzo

A poca distanza dal cupolone di Capitol Hill che abbiamo visto in tanti film, e letteralmente a fianco del palazzo della Corte Suprema (colossale edificio in stile greco) si trova un edificio degli anni venti del '900, acquistato dalla donne metodiste degli Stati Uniti come centro della lotta all'alcoolismo (era il tempo del proibizionismo) ed ora sede di una serie di uffici di diverse chiese cristiane. Lì si trova l'Office of Public Witness, Compassion, Peace and Justice Ministries (che possiamo tradurre un po' liberamente con “ente per la testimonianza pubblica, la solidarietà, la pace e la giustizia”). Qui la chiesa presbiteriana ha la sua centrale per i diritti civili negli Usa e all'estero. Catherine Gordon spiega diversi progetti internazionali (lei è stata personalmente alcuni mesi a Gaza) e nazionali. L'Office of Public Witness ha il non sempre facile compito di tradurre in azioni concrete le decisioni politiche della General Assembly presbiteriana (l'equivalente del Sinodo valdese), che rappresenta una chiesa numerosa, nella quale sensibilità differenti si incontrano e talvolta collidono, quantomeno su temi “caldi” - anche qui un argomento di potenziale perenne polemica è il rapporto con la Palestina ed Israele, tra denuncia del militarismo e rischio di antisemitismo. L'ente in cui lei lavora agisce a due livelli: da un lato porta avanti un’azione di sensibilizzazione dei membri del Parlamento su alcune tematiche scottanti, organizzando incontri e conferenze informative e patrocinando gruppi sociali ed etnici minoritari. Dall'altro promuovendo momenti di formazione a partire dalla base (abbiamo sentito una parola spesso usata in inglese per questi ambiti, Grassroots, “dalle radici”), capaci di creare reti di chiese consapevoli e attente ai grandi temi.

Il principale argomento di questi giorni è la questione carceraria: la popolazione degli Usa rappresenta circa il 5% di quella mondiale, la sua popolazione carceraria circa il 15% di quella terrestre. Si va in prigione facilmente (spesso quel che in Italia verrebbe punito con gli arresti domiciliari, se non con una multa, pur salata), le prigioni possono essere ovunque, anche molto lontane dai luoghi di residenza dei parenti dei carcerati (e qui lontano significa tranquillamente centinaia di km), in numerosi Stati le carceri sono appaltate a ditte private, per cui sono un affare economico; i carcerati sono spesso afroamericani, poveri, impossibilitati a rifarsi una vita anche dopo aver scontato una condanna. Una vera piaga sociale con poche prospettive di risoluzione senza un percorso di rinnovamento radicale delle politiche globali. Contro questo stato di cose, la chiesa presbiteriana promuove una campagna che prende le mosse dalle parole del libro delle Lamentazioni (3,34-36): «quando si schiacciano sotto i piedi tutti i prigionieri di una terra, quando si sfida il Dio Altissimo violando i diritti di un uomo, quando si commettono ingiustizie nei processi, forse che il Signore non lo vede?» e si concretizzerà in una grande manifestazione pubblica ai piedi del Campidoglio tra il 17 e il 20 del prossimo mese di marzo. Per approfondire.