Prevenire è meglio che curare, anche con la crisi

L'ultimo rapporto Osservasalute 2014 sull'Italia restituisce l'immagine di una popolazione che non fa prevenzione, anche per motivi economici. Condizionando il proprio futuro

Negli ultimi dieci anni è migliorato lo stato di salute dei cittadini italiani, ed è aumentata la speranza di vita. Ancora problematico l'aumento dei tumori al polmone, soprattutto per le donne, e la mancanza di prevenzione, con numeri che segnano il divario tra nord e sud del paese. Questi sono alcuni dei dati contenuti nell'ultimo rapporto Osservasalute 2014, redatto dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che analizza la salute della popolazione e la qualità dell'assistenza sanitaria. Dal rapporto emerge come la crisi e la precarietà incidano notevolmente sull'accesso alle cure: «a seguito della crisi e dell'aumento del ticket, fasce sempre più ampie della popolazione non possono accedere ai servizi sanitari – dice Luciano Cirica, vicepresidente dell'Ospedale evangelico Villa Betania di Napoli – fasce estreme alle quali noi offriamo un servizio gratuito di medicina sociale, parallelo al servizio pubblico». Cirica ha commentato con noi il rapporto Osservasalute, e ci ha parlato dell'esperienza di Napoli.

Italiani più longevi, poca prevenzione, tagli che incidono sulla salute: che ne pensa?

«Nel mondo della sanità esistono situazioni complesse e a volte contraddittorie, di eccellenza e di degrado. Sicuramente è centrale il tema degli sprechi: la sanità infatti è stata vista dai partiti e dagli imprenditori come una mangiatoia, il luogo dove fare affari in maniera sconsiderata, strumentalizzando un bene su cui le persone non sono disposte a risparmiare, la salute. C’è un paradosso in Italia: da una parte gli sprechi e dall’altra la malasanità. Credo che sia giusto mettere in piedi un sistema virtuoso di tagli alla sanità, che vada a colpire gli sprechi, ma non in maniera indiscriminata. Se si colpiscono gli sprechi, per esempio definendo un sistema standard degli acquisti, si andrà verso la razionalizzazione, che non significa non spendere più soldi in sanità, ma spenderli meglio: nella prevenzione e negli anziani. Fino a oggi abbiamo immaginato una sanità che pone al centro l’ospedale, ma in futuro l’ospedale sarà l’ultima spiaggia: quanto più si investe in prevenzione tanto più si risparmia in cure in futuro. Le leggi ci sono ma non vengono rispettate. Un altro punto importante riguarda gli anziani, i cronici: gli ospedali sono progettati per agire sugli acuti, e non sulla cronicità, che qualcuno dice sarà la peste del nuovo millennio».

Perché si fa poca prevenzione nel nostro paese?

«Per un misto di incultura e di mancato investimento che riguarda la volontà politica. La prevenzione non porta un ritorno in termini economici: investimenti, attrezzature, ordinativi di medicine. Nell’ospedale di Napoli stiamo lavorando su due aree: la prima riguarda lo stile di vita, la prevenzione, lavorando in termini culturali, informativi, divulgativi e investendo in attività di informazione; l'altra è la medicina sociale. Abbiamo scoperto che a seguito della crisi economica e dell'aumento del ticket, fasce sempre più ampie della popolazione non possono accedere ai servizi sanitari. Fermo restando il nostro servizio pubblico aperto a tutti, ci stiamo concentrando su alcune fasce estreme alle quali offriamo un servizio gratuito di medicina sociale. Pensiamo ai rom, agli emarginati, ai tossicodipendenti, alle donne extracomunitarie (alle quali proponiamo uno screening grazie a un progetto dell'Otto per mille valdese): sono una fascia importante della popolazione che è esclusa dall'accesso alla sanità, che si allarga sempre di più, e che è sempre più composta da italiani, soprattutto anziani. Le persone ricorrono sempre meno ad analisi preventive e arrivano in ospedale in situazioni drammatiche, all'ultimo stadio, non avendo i soldi per pagare il ticket, rimandando accertamenti anche molto importanti».

Il rapporto sostiene che anche il precariato incida sulla salute, che ne pensa?

«Esattamente. Tempo fa abbiamo fatto un indagine a Napoli su chi fossero i nuovi poveri: è emerso che oltre ai clochard e ai tossicodipendenti i nuovi poveri sono i giovani, le giovani coppie con lavori precari e i giovani separati. Molti degli utenti delle mense Caritas, uno degli indicatori più importanti sulla povertà, sono appunto giovani, separati, persone normali che a seguito della crisi non hanno più possibilità di soddisfare i bisogni primari. Figuriamoci quelli secondari come quello sanitario».

A fare le spese maggiori di questa situazione è il sud Italia?

«Questo è verissimo, all'interno della crisi che colpisce l'Italia c'è la crisi del sud. Negli ultimi anni, oltre alla crisi economica, è cresciuta la crisi demografica: nei prossimi vent'anni il Mezzogiorno rischia di essere un grande contenitore di anziani, cosa che crea disagi, povertà e problemi gravi. Anche in questo il sud anticipa le problematiche che poi si svilupperanno nel resto del paese».

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