Italiani di oggi e di domani

Rubrica «Essere chiesa insieme» della trasmissione di Radiouno «Culto evangelico» curata dalla Fcei, andata in onda domenica 7 giugno

Il prossimo 13 giugno, a Milano. Alcune centinaia di giovani evangelici si incontreranno in un happening per pregare, cantare, conoscersi. Oltre la metà di loro sono figli di immigrati, in maggioranza nati in Italia e per il resto arrivati nel nostro Paese abbastanza piccoli da avere frequentato almeno in parte le nostre scuole.

Vengono da varie città italiane, soprattutto del Nord-Est, e a dispetto della loro fisionomia parlano con accento bresciano, veronese, udinese, bolognese. Qualche tempo fa l’organizzazione storica dei giovani evangelici in Italia ha deciso di cambiare nome e da Federazione giovanile evangeliche italiana è diventata Federazione giovanile evangelica in Italia. Lo ha fatto con l’intenzione di aprirsi a tanti giovani che, pur cresciuti nel nostro Paese e talora anche nati in Italia, non hanno la cittadinanza. Non è stato, insomma, un semplice cambiamento nominalistico ma la presa d’atto di una realtà sempre più evidente.

Così come la società italiana nel suo complesso, infatti, anche le chiese evangeliche vivono un grande cambiamento determinato dalla presenza di un numero crescente di immigrati, delle loro famiglie e quindi anche dei lori figli, e in qualche caso dei loro nipoti. È una trasformazione profonda e difficilmente reversibile. Se gli immigrati costituiscono tra il 30 e il 40% dell’universo evangelico in Italia, la percentuale cresce ulteriormente tra i giovani.

Il termine corrente per definirli è «seconda generazione», figli cioè di una prima generazione di immigrati. È un termine improprio che, al fondo, esprime un pregiudizio. Improprio perché troppo generico: tra di loro, infatti, ci sono ragazze e ragazzi arrivati in Italia, ma altri – come dicevamo – nati nel nostro paese. E ancora, se alcuni di loro hanno frequentato almeno alcune classi nei loro paesi d’origine, per molti altri la prima scuola in cui sono entrati è stata italiana, con tanto di bandiera tricolore e dell’Unione europea. Queste persone, insomma, non sono tutte uguali; hanno percorsi migratori e di integrazione diversi, che non possono essere genericamente etichettati con l’espressione di «seconda generazione».

Ma oltre che improprio, il termine è spia di un pregiudizio: ovvero che, anche quelli nati e cresciuti in Italia o che, comunque, si sono formati nelle nostre scuole, guardando i film che si proiettano nel nostro Paese e frequentando i luoghi in cui si incontrano i giovani italiani, mantengono tuttavia un carattere proprio e distinto. Restano comunque un po’ «diversi». Certo, il rischio c’è, come dimostrano le tensioni sociali dei grandi agglomerati di immigrati cresciuti nelle periferie di Parigi o di Londra. Ma il nostro Paese ha una storia migratoria più recente di quella della Francia o del Regno Unito, e forse questo rischio può essere evitato. Occorrono politiche e leggi che favoriscano la piena integrazione di questi ragazzi, italiani nei fatti anche se non hanno il passaporto della Repubblica. Italiani perché amano questo paese, perché tifano per le nostre nazionali, perché sognano di fare il medico o il poliziotto, perché vedono qui non soltanto il loro presente ma anche il loro futuro.

Nelle chiese evangeliche che hanno scelto la strada dell’integrazione interculturale – ciò che chiamiamo Essere chiesa insieme – questi ragazzi crescono in un clima di accoglienza, scambio e condivisione. Nella società, tutto diventa più difficile perché si devono caricare il peso dei pregiudizi contro gli immigrati. Ma sono ragazze e ragazzi svegli e determinati. Hanno più strumenti dei loro genitori e non si fanno impressionare da chi grida contro gli stranieri. Quanto a noi, però, smettiamo di chiamarli «seconda generazione» e iniziamo a considerarli i giovani dell’Italia di oggi: gli italiani di oggi e di domani.

Foto: l'appuntamento Fgei dello scorso anno a Bologna