Sinodo: non solo papa…

Verso il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi: intervista al moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini

Domenica 23 agosto si aprirà a Torre Pellice (Torino) il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi; ne parliamo con il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese.

Quali saranno i temi principali di questo Sinodo?

«Il Sinodo di un’unione di chiese protestanti naturalmente non può che occuparsi direttamente di quello che è il suo scopo principale, e cioè prendere le decisioni delle chiese sui temi principali del momento riguardo alla missione e all’opera di servizio della chiesa – quest’anno naturalmente prevediamo una focalizzazione sull’ecumenismo, per la recente visita del papa alla Chiesa valdese di Torino.»

Partiamo da questo evento che molti hanno definito storico. Il Sinodo esprimerà una valutazione di questa visita?

«Pensiamo che una valutazione del Sinodo sia necessaria, dopodiché sarà il Sinodo stesso a decidere in che modo esprimersi. Sicuramente si è trattato di un evento che non si può considerare di ordinaria amministrazione, perché si è trattato della prima visita ufficiale di un papa alla Chiesa valdese. Il clima dell’incontro è stato di grande sincerità e schiettezza ma anche di fraternità, credo anche al di là degli obbiettivi che ci eravamo dati. Ognuno è stato se stesso; il papa non si aspettava che i valdesi e i metodisti non fossero se stessi, noi non ci aspettavamo certo che il papa si trasformasse improvvisamente in un nuovo Lutero e facesse dichiarazioni inaspettate.

Certamente, il modo con cui ha espresso la sua richiesta di perdono per la storia passata di persecuzioni ci ha molto colpiti, perché il tono e il contenuto di ciò che ha detto sono stati importanti. Certo, non è che con questo si possa cancellare il passato e si cancellino le divergenze del presente; però, come in ogni relazione umana, arriva il momento in cui alcune parole bisogna dirle, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire delle parole che noi ci aspettavamo, e cioè che quel passato è stato un passato sbagliato, che la Chiesa cattolica lo riconosce e che il presente – e soprattutto il futuro – devono essere diversi».

Anche se non vi siete consultati prima, è parso a molti che ci fossero delle consonanze tra il discorso del moderatore e quello del papa… Insomma, l’impressione è che non si sia trattato di un incontro formale ma di un vero dialogo».

«È la sensazione che abbiamo avuto anche noi; d’altra parte le prese di posizione del papa di poco più di due anni di pontificato ci hanno dato fiducia che l’incontro sarebbe stato un vero incontro tra fratelli - che naturalmente la pensano in modo diverso su tantissime materie e che vivono la loro vita di fede in modo molto diverso. Questo però non significa che non si possa dialogare anche sulle divergenze, per trovare delle vie per giungere a delle soluzioni (soluzioni che a mio avviso non arriveranno prestissimo, che non solo all’ordine del giorno per domani) e trovare delle forme di collaborazione più efficace su tutta una serie di temi e materie su cui siamo in grande consonanza – per esempio in campo sociale.

Certo, non su tutti i temi: sui temi etici è stato il papa stesso che ha rilevato ancora una grande distanza e grandi problemi tra di noi. Però l’incontro c’è stato, proprio perché le due parti hanno deciso di essere se stesse, di parlarsi andando dritti al punto, lasciando da parte le “diplomazie ecumeniche” che spesso hanno reso il cammino ecumenico distante dalle chiese locali. L’ecumenismo è spesso diventato una sorta di incontro diplomatico in cui alcune cose si dicono e altre non si possono dire; invece noi abbiamo deciso di parlarci apertamente, come quando ci si incontra dopo tantissimo tempo per affrontare le questioni delle divergenze. E il papa ha avuto il merito di accettare un incontro impostato in questo modo».

L’incontro di Torino ha avuto ampia eco sui media italiani, ma anche all’estero.

«Sì, e ci ha particolarmente colpiti che il mondo ecumenico internazionale abbia recepito questo incontro come una grande novità. Anche all’estero ci sono stati articoli sui giornali e servizi radiotelevisivi, perché ci si è resi conto che per l’Italia un incontro di questo tipo era importante, perché incontrare i valdesi, per il papa, è stato in fondo fare i conti con una ferita ancora più antica di quella del protestantesimo, una ferita che risale più o meno all’epoca della separazione con il mondo ortodosso. Anche il fatto che il papa abbia accettato la tesi ecumenica delle “diversità riconciliate” è un punto importante. Naturalmente la Chiesa cattolica non l’ha ancora assunta ufficialmente, ma il fatto che il papa la assuma correntemente nei suoi discorsi è importante. Tra l’altro si tratta di un papa che, va ricordato, ha rimesso il rapporto ecumenico con le chiese protestanti al centro, dopo che i due papi precedenti invece avevano privilegiato assolutamente il dialogo con gli ortodossi, disinteressandosi abbastanza del protestantesimo, forse considerandolo una forma residuale di cristianesimo nell’occidente…».

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Torniamo al Sinodo. Dunque si parlerà di ecumenismo e di papa - ma non solo. Quali altri temi sono previsti all’ordine del giorno?

«Non solo papa, perché prima di tutto occorre riflettere sulla missione e sull’identità delle nostre chiese nell’Italia di oggi. Sicuramente il punto di partenza è che cosa significa essere testimoni di Gesù Cristo in un Paese che continua a vivere un’onda lunga di una crisi economica che è diventata – come noi ci aspettavamo, purtroppo – una crisi sociale che investe non solo le fasce più fragili della popolazione, come per esempio le persone malate e portatrici di disabilità, ma coinvolge ormai il ceto medio, i 40-50enni che perdono il lavoro e non lo ritrovano, i giovani che questo lavoro non lo troveranno fino a chissà quando e sono costretti a cercare all’estero delle opportunità lavorative.

Questo significa riconsiderare anche il messaggio di speranza che noi siamo tenuti a dare in questo Paese, dove Dio ci ha misteriosamente posti, nonostante il fatto che di speranza in giro ce ne sia poca. Quindi una maggiore capacità e volontà di parlare al di fuori dei nostri ambiti tradizionali ecclesiastici, alle persone che oggi si rivolgono alle chiese per avere un sostegno non solo materiale (e ce ne sono sempre di più) ma anche spirituale. Perché questo tempo di crisi porta moltissimi a riflettere, a chiedere un aiuto in questo senso, a riconsiderare le scelte di vita che ha fatto nel recente passato».

Sul piano della vita interna delle chiese quali saranno i temi più rilevanti?

«Dobbiamo considerare rilevante la missione che ogni chiesa locale ha nel suo territorio. Perché se siamo chiese di Gesù Cristo in una città, in un paese, in un determinato territorio, dobbiamo essere in grado di comunicare al prossimo la speranza che ci motiva, la fede che ci fa sperare quello che speriamo, che ci induce a essere servitori e servitrici di coloro che hanno più difficoltà. Quindi con il Sinodo speriamo di poter valutare quello che stiamo facendo in vari ambiti in Italia e avere un incoraggiamento a proseguire nella direzione di essere comunità sempre più aperte, sempre più accoglienti e sempre più capaci di esprimere servizi - anche piccoli - nei confronti del prossimo che spesso ha bisogno di essere ascoltato e aiutato nelle piccole cose».

Che rilievo avranno le opere diaconali?

«Il Sinodo si occupa della strategia generale di servizio delle nostre chiese, che è fatta sia dei piccoli servizi che le nostre chiese compiono (la cosiddetta “diaconia comunitaria”) sia dei servizi che vengono effettuati nelle istituzioni: le case di riposo, gli ospedali evangelici e via dicendo (quella che chiamiamo “diaconia istituzionale”). Bisogna dire che con le risorse dell’otto per mille, che utilizziamo solo in parte per le nostre istituzioni diaconali (e come si sa, per nostra scelta, neanche un euro va al culto, agli stipendi dei patori ecc.), il nostro sistema diaconale è più forte e offre servizi molto ampi e apprezzati nei confronti della popolazione.

Qui sicuramente una valutazione ci sarà; si parlerà in particolare dei due Ospedali evangelici di Genova e di Napoli che, essendo ospedali che svolgono un servizio pubblico hanno bisogno costantemente di risorse importanti per gli aggiornamenti immobiliari e tecnologici, per il servizio veramente notevole che entrambi svolgono, che va ben al di là di ciò che viene retribuito dalle rispettive Regioni. E poi naturalmente dovremmo fare i conti con alcune piccole istituzioni che sono in crisi, soprattutto in crisi di identità; si tratterà di capire se hanno ancora la loro validità, se vogliamo ancora portarle avanti o se dobbiamo fare scelte orientate verso altri luoghi e altri tipi di servizi».

Ogni anno al Sinodo c’è una serata pubblica, il lunedì sera. Ci sarà anche quest’anno, e su che tema?

«Sì, la serata pubblica del Sinodo, aperta a tutti, sarà il 24 agosto, quest’anno sul tema delle migrazioni, dei richiedenti asilo: il Mediterraneo come luogo di transito, di ricerca di futuro, di speranze e di libertà ma a volte - troppo spesso – anche luogo di morte, di fine di ogni speranza. Con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia abbiamo avviato più di un anno fa un progetto importante che abbiamo chiamato “Mediterranean Hope”, il Mediterraneo come speranza. In questa serata avremo la presenza di alcuni protagonisti: cioè persone che hanno attraversato il Mediterraneo, che sono arrivate nel nostro Paese, hanno potuto trovare accoglienza e ospitalità e ci racconteranno la loro esperienza. Avremo anche un’operatrice che si trova a Lampedusa da oltre un anno, stabilmente. Ricordo che noi siamo l’unica istituzione non lampedusana che in quell’isola è andata e si è fermata, che svolge un servizio a favore di tutti e con tutti; non abbiamo fatto turismo ecclesiastico (o politico o giornalistico) e questo ci ha dato una grande credibilità.

Sulla costa meridionale siciliana abbiamo anche aperto un nuovo servizio nella cittadina di Scicli, e un’altra opera a Vittoria è stata in parte adattata per accogliere i richiedenti asilo. Insomma, ci sarà di che riflettere ascoltando le testimonianze di persone che vivono in quei luoghi, direttamente, questo tipo di problemi. Che è un problema enorme, grandissimo; però in realtà i numeri che stiamo affrontando non sono quei numeri da invasione di cui qualcuno strumentalmente parla; si tratta di un problema mondiale, perché queste frontiere ci sono nel Mediterraneo, alla frontiera dell’est, alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. È un problema di migrazioni interne e esterne ai continenti che non si può negare ma bisogna cercare di affrontare. Noi naturalmente, essendo cristiani e cristiane, lo dobbiamo fare secondo le indicazioni che abbiamo avuto da Gesù Cristo; perché noi non “facciamo politica” nel senso stretto del termine, cerchiamo come cristiani di rendere la nostra testimonianza di amore e di responsabilità verso il prossimo.» 

Foto copertina Pietro Romeo/Riforma | Foto articolo P. Ciaberta

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