Bisognava pensarci prima

Continua il dibattito sulla lettera di risposta del Sinodo alla richiesta di perdono di Papa Francesco

I titoli della stampa italiana, ma anche di alcune testate straniere, hanno parlato del sinodo valdese che avrebbe rifiutato di accogliere la richiesta di perdono formulata da papa Francesco. Che cosa è successo?

La visita alla chiesa di Torino. Lo scorso mese di giugno, a Torino, papa Francesco ha reso visita alla chiesa valdese di corso Vittorio Emanuele. Un evento straordinario, la prima visita di un papa in una chiesa protestante italiana (se si prescinde dalle visite di Giovanni Paolo II nella chiesa luterana di Roma, a metà degli anni 1980 e di Benedetto XVI, sempre nella chiesa luterana di Roma, nel 2010). In un clima di autentica cordialità e fraternità, e pur senza negare le differenze che ancora separano cattolici e valdesi, il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini, i responsabili della chiesa torinese e altri esponenti del protestantesimo italiano, hanno incontrato l’ospite scambiando con lui doni, gesti e parole che hanno caratterizzato quello che molti hanno definito un «cambio di rotta» nei rapporti tra le due confessioni cristiane.

La richiesta di perdono. Papa Francesco, parlando durante quell’incontro, ha rivolto ai valdesi, a nome della chiesa cattolica romana, una richiesta di perdono per quelli che ha definito «gli atteggiamenti non cristiani, persino non umani» assunti in passato nei confronti degli evangelici in Italia.

Il moderatore valdese, Bernardini – che già aveva incontrato papa Bergoglio, a Roma, nel 2013 –, dopo essersi rivolto al papa chiamandolo «fratello», ha affermato che Francesco «ha varcato un muro alzato otto secoli fa, quando la nostra chiesa fu accusata di eresia e scomunicata dalla Chiesa romana». Gli ha fatto eco il pastore Paolo Ribet, della chiesa valdese di corso Vittorio Emanuele, sottolineando la «dimensione di fratellanza» della visita. «Viviamo un’esperienza incoraggiante», ha aggiunto, «e spero anticipatrice di ulteriori esperienze ecumeniche».

La lettera del sinodo. Il sinodo valdese, riunito in questi giorni nella sua annuale sessione, a Torre Pellice, è ritornato sulla visita del papa nella chiesa di Torino e ha redatto una lettera ufficiale di risposta a papa Francesco. La lettera esprime in termini chiari e inequivocabili la gioia e la soddisfazione per la visita e per il nuovo clima che essa ha inaugurato. La chiesa valdese coglie la portata dell’evento e si rallegra perché esso può davvero costituire una svolta positiva nei rapporti tra le confessioni. Ma sul finale, la lettera afferma che «questa nuova situazione non ci autorizza a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro». Ed è su questa frase che la stampa ha concentrato la propria attenzione per concludere che, in definitiva, i valdesi non accolgono il perdono del papa. È un equivoco, certo, non coglie il senso di quella frase, ma intanto sui giornali fioriscono i titoli che ribadiscono il presunto «rifiuto del perdono» espresso dai valdesi.

Precisazioni inutili. Nel rendere conto di ciò che accade ogni giorno, i mezzi di comunicazione seguono logiche particolari. Evidenziano ciò che non va, e passano spesso sotto silenzio ciò che invece funziona. Mettono in luce ciò che stride, che urta, che costituisce un’interruzione del flusso delle cose, e tralasciano di parlare della routine, di ciò che è scontato. In genere detestano le cose complicate, le sottigliezze, i distinguo, e privilegiano una comunicazione fatta di frasi brevi e comprensibili al pubblico più ampio. Hanno presentato la visita di Francesco ai valdesi di Torino come un gesto di distensione e hanno letto la sua richiesta di perdono come espressione di una volontà di voltare pagina rispetto a un passato fatto di conflitti e contrasti. Non capiscono – ma sarebbe da ingenui stupirsene – perché il sinodo abbia voluto mettere quel «però» nel testo della lettera. Da un punto di vista della comunicazione, in effetti, quel «però» è una parola forse giusta, ma certamente al posto sbagliato. A poco giovano ora le precisazioni, i titoli negativi rimangono. Bisognava pensarci prima.

Fonte www.voceevangelica.ch

Foto Pietro Romeo

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