La costruzione di un’Europa leale

Rubrica «Finestra aperta», a cura del pastore Massimo Aprile, andata in onda domenica 31 gennaio durante il «Culto evangelico», la trasmissione di Radiouno a cura della Fcei

Un bambino ripreso di spalle, dell’età di quattro o cinque anni,  indossa una maglietta di un campione di calcio, Lionel Messi. La particolarità è che la maglietta è realizzata con una busta della spazzatura a strisce bianche  e azzurre, annodata alla meglio e col numero e il nome del giocatore scritti con il pennarello.

La foto che ha fatto il giro dei social ed è stata pubblicata perfino in prima pagina da importanti quotidiani, ha la sua forza simbolica anche perché sullo sfondo vi si scorge un paesaggio desolato, come quello di un campo profughi in Turchia, o qualche zona di guerra della Siria, dell’Iraq o dell’Afganistan.

Foto emblematica del sogno di un bambino povero. Domani forse un richiedente asilo qui in Europa. Pare che i fan club del grande fuoriclasse, da lui stesso incaricati, abbiano in pochi giorni già trovato quel ragazzino, con il proposito di aiutarlo a realizzare i suoi sogni. E, naturalmente, ne siamo felici.

Qualcuno ha giustamente detto che quella maglietta fai-da-te dovrebbe bastare come documento di riconoscimento e di accoglienza della sua eventuale richiesta di asilo. Ci associamo.

I bambini con la loro immaginazione, giocando, riescono a creare un mondo più umano e a sopportare condizioni di sofferenza indicibile: «Giochiamo ad Argentina-Brasile? Sì. Ecco una palla di stracci e quattro sacchetti per fare le porte. Io sono Messi!».

Il sogno del bambino con la maglietta di plastica richiama anche la responsabilità del fair play del mondo degli adulti. Fair Play, concetto antico, che nello sport ha una specifica applicazione, il rispetto delle regole del gioco, onorando la competizione. Applicato al calcio, fair play mette insieme competizione e cooperazione. Lo scopo del match è fare più goal degli avversari, ma anche cooperare a un obiettivo più alto: il divertimento di chi gioca e di chi guarda, lo spettacolo delle prodezze tecniche e atletiche.

Ora, per tornare a quella foto come a una metafora, si deve dire che un’Europa che durante la partita cambia le regole, a esempio in riferimento alle frontiere, mostra di essere unfair, sleale, e mette migliaia di richiedenti asilo in grave pericolo. Bisogna stare attenti, perché così la partita diventa ingiocabile e inguardabile. In questo modo ognuno diventa arbitro di se stesso e non c’è più partita.

Quel sogno di bambino va ascoltato, e le regole già molto restrittive, vanno rispettate: il diritto all’asilo e alla dignità di chi lo richiede.

Nella sua prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo ebbe a paragonare la vita del cristiano a una competizione sportiva. L’atleta mette a dura prova il suo corpo, con una ferrea disciplina, affronta immani sacrifici pur di ottenere la corona della vittoria. E anche l’apostolo parla di fair play quando dice: «Starò bene attento a che dopo aver enunciato le regole della competizione io stesso non venga meno per slealtà e non mi metta così nelle condizioni di essere squalificato».