Vivere alla giornata

Rubrica «Finestra aperta», a cura del pastore Massimo Aprile, andata in onda domenica 27 marzo durante il «Culto evangelico», la trasmissione di Radiouno a cura della Fcei

«Se mi viene impedito di fare un reale progetto per il mio futuro, a causa della grande incertezza economica e lavorativa, non mi resta altro che imparare a vivere alla giornata». È il modo di argomentare di molti giovani. E come dar loro torto?

Il fatto è che una precarietà se ne porta appresso un’altra. L’instabilità economica e la grande difficoltà a programmare in qualche modo il futuro scoraggia anche giovani coppie a mettere al mondo dei figli. E così sempre più spesso si tende a sostituire a solenni impegni di amore imperituro, più modeste promesse di relazioni affettive, «finché dura».

Attenzione però a dare giudizi morali troppo frettolosi su una intera generazione che spesso decide di non sposarsi o di non procreare, o a tranciare giudizi sommari sulla frequenza di separazioni e divorzi anche tra giovani coppie.

La impossibilità a realizzare per cause molteplici una vita affettiva stabile fa sentire spesso inadeguati e genera sensi di colpa, diffondendo solitudini e malessere anche spirituale che rischiano infine di sfociare in veri e propri disturbi nel corpo e nella psiche.

Il recente dibattito, a tratti aspro, sulla legge per il riconoscimento delle unioni civili, purtroppo, non è servito a mettere a fuoco le vere cause della fragilità della famiglia in modo da poter elaborare strategie condivise. Si è preferito esasperare lo scontro ideologico sulla famiglia tradizionale, individuando nelle nuove famiglie, una minaccia da sventare. E si è sorvolato sugli aspetti economici e sociali del neoliberismo spinto e della cultura della efficienza a ogni costo, che nel nostro tempo incidono in maniera profonda sulla buona salute delle famiglie e delle relazioni affettive e umane più in generale.

Quando l’apostolo Paolo chiama ogni persona della chiesa di Corinto, senza riguardo ad appartenenza  di genere, sociale o etnica, a riconoscersi membro di un corpo che, nelle sue articolazioni e interconnessioni, è il corpo stesso di Cristo presente nel mondo, ci invita a socializzare anche il nostro disagio e le nostre fragilità affettive e familiari attraverso l’ascolto, il reciproco sostegno, la solidarietà e la preghiera. Quel modello di comunità come corpo vivo di Cristo ci esorta a non isolarci, a non cedere alla tristezza, ma a continuare il nostro cammino insieme verso una liberazione che comprenda la società e l’economia, le singole persone e le loro famiglie. Essere così famiglia tutti insieme perché pur nella precarietà del presente non si viva più alla giornata e non da soli ma si recuperi la dimensione comunitaria della speranza. Partiamo quindi dalla Resurrezione di Cristo che è principio della nuova creazione, inizio di un Regno di giustizia e di pace che verrà e che ci chiama dal futuro e per questo ci indica la direzione della Vita.

Foto di margaritabezkrovnaya ©iStockPhoto