In Europa il terrorismo è in calo

La Storia è il miglior antidoto alla paura veicolata dai media. E da noi stessi

«Tranquilli, non siamo in Pakistan, in Europa il terrorismo è in calo». In nessun bar, treno, coda alla cassa d’Italia sentirete pronunciare una frase del genere. Eppure, nella sua approssimazione, quest’asserzione descriverebbe la realtà meglio dell’allarmismo che, «di questo tempi», ci sentiamo quasi in dovere di moltiplicare. Purtroppo la realtà dei fatti fatica a scaldare i cuori: nella narcisistica priorità accordata alle nostre emozioni, talvolta sembriamo quasi non desiderare la verità. Se così non fosse, cliccando sul sito del Global Terrorism Database potremmo fare nostre almeno due certezze, che chissà perché pochi giornali italiani hanno ripreso.

Primo: il terrorismo, in aumento nel mondo, è stato e rimane un fenomeno principalmente extraeuropeo.

Secondo: dal 1970 a oggi, in Europa il terrorismo è in evidente calo.

Nato nel 2001 su iniziativa di alcuni ricercatori dell’Università del Maryland (Usa), il Global Terrorism Database (Gtd) è una banca dati in continuo aggiornamento. Il suo utilizzo si presta anzitutto alla ricerca accademica, perché ogni dato viene filtrato all’ingresso con rigido metodo scientifico, ma per rendere divulgativo il proprio patrimonio d’informazioni il Gtd ha ideato da tempo efficaci soluzioni grafiche – si veda ad esempio la WebGL Globe, una lavagna tridimensionale che riporta anno per anno la diffusione e l’intensità dei fenomeni terroristici sul pianeta (per fare un giro sul 2014 cliccate qui). «Statista», uno dei maggiori portali statistici al mondo, ha di recente estratto dalla banca dati Gdt due infografiche illuminanti. L’articolo dell’«Huffington Post» che le riporta è del novembre 2015: uscì poco dopo la strage del Bataclan. Oggi, «dopo Bruxelles», vale forse la pena di rispolverarli.

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks outside Western Europe | Statista
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Stando ai dati conservati dal Gdt, tra il 2001 e il 2014 le vittime di attentati terroristici sono state 108.294 in tutto il mondo. Di queste, 42.759 hanno perso la vita in Iraq, 16.888 in Afghanistan (i due paesi al centro della «guerra al terrore» lanciata da Bush dopo l’11 settembre), 13.524 in Pakistan, 11.997 in Nigeria, 6.999 in India; con cifre comprese tra le 2000 e le 4000 vittime seguono in questa macabra classifica Siria, Stati Uniti, Somalia, Russia, Algeria, Sudan e Yemen. In conclusione, nessun paese dell’Europa occidentale rientra tra i più colpiti: nel quindicennio appena trascorso sono «caduti per terrorismo» 420 europei, pari allo 0,4% del totale mondiale.

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks In Western Europe | Statista
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Se gli attacchi di Parigi, a gennaio e a novembre 2015, hanno riacutizzato l’emergenza terroristica nel cuore del vecchio continente (lo stesso era avvenuto nel 2004 a Madrid e nel 2005 a Londra) questo secondo grafico rende invece evidente come gli attentati di matrice islamica si inseriscano all’interno di un progressivo ridimensionamento delle altre matrici terroristiche che in passato hanno falcidiato l’Europa. Durante i «the Troubles», tra i Sessanta e i Novanta, il terrorismo irlandese dell’Ira fece oltre 3000 vittime tra soldati e cittadini britannici; nello stesso lasso di tempo, in Spagna, quasi un migliaio di persone cadeva per mano del terrorismo basco dell’Eta. In Italia conserviamo memoria viva del prezzo umano pagato agli anni di piombo – Piazza Fontana 1969, Italicus 1974, Stazione di Bologna 1980 sono solo alcune delle stragi del cosiddetto «terrorismo nero» –, la cui onda lunga ha fatto ancora in tempo a uccidere, nel 2002, Marco Biagi, vittima delle Nuove Brigate Rosse. In Germania tutti ricordano gli undici atleti israeliani assassinati nel villaggio olimpico di Monaco per mano del gruppo filo-palestinese «Black September» (era il 1972), mentre fino alla fine degli anni Ottanta sul suo territorio la Francia ha dovuto fare i conti con i terroristi dell’esercito segreto per la liberazione dell’Armenia. Più recente, ma cancellata dalle nebbie dell’attualità, è la follia omicida di Ander Breivik, l’anti-islamista che nell’estate 2011 trucidò 69 campeggianti sull’isola di Utoya, nella civilissima Norvegia.

Nella loro crudezza, questi fatti e queste cifre ci aiutano a restituire al presente la propria dimensione storica, a ricordare che «il terrore europeo» non nasce con il terrorismo islamico, a comprendere come quest’ultimo si inserisca all’interno di un contesto più ampio, globale, sui cui anche l’Europa è portatrice di responsabilità politiche (pur sopportandone, per il momento, i minori costi umani). Ammettere e capire questo non significa sottovalutare la gravità (e la novità) della minaccia posta dalla rete dello «Stato islamico», non significa negare le differenze qualitative che certamente esistono tra i terrorismi politico-ideologici sviluppatosi nel quadro della guerra fredda e lo jihadismo internazionale con cui si è aperto il terzo millennio – una serpe, ora lo sappiamo, allevata anche nel seno delle nostre periferie. Non significa, in conclusione, sottovalutare il pericolo che incombe sulle nostre società pacifiche, che fortunatamente ignorano la violenza che in larga parte del mondo è regola quotidiana. Tutt’altro. Sapere che, in termini storici e comparativi, il terrorismo, in Europa, è un fenomeno marginale e in calo, non ci tutela dagli attentati, possibili anche quando previsti: l’aeroporto di Bruxelles è lì a dimostrarlo. Ci aiuterà piuttosto «a difenderci» dalle strumentalizzazioni di una politica a caccia di voti facili – per questo, quando governa, incapace di trovare soluzioni –, da un giornalismo fatto di titoli angoscianti e di narrazioni semplificate, dal sospetto diffuso che qualsiasi vita spirituale culturalmente lontana da noi nasconda in sé stessa i germi della violenza; dall’idea, anch’essa sempre più diffusa nel progressismo ateo europeo, che qualsiasi dimensione di fede, in quanto irrazionale, concorra ad oscurare la civiltà dell’Illuminismo.

I dati del passato ci sono. Quando avremo voglia di leggerli, forse, impareremo a rispondere alle sfide di un futuro che in quanto tale è complesso, incerto e imprevedibile, ma non più spaventoso di quello degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto.

Foto By John - Flickr: Panic button, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12802766

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