Le Bibbie dei migranti

Rubrica «Essere chiesa insieme», a cura di Paolo Naso, andata in onda il 1° maggio durante il evangelico», la trasmissione di Radiouno, a cura della Fcei)

A Lampedusa, in un ampio locale sul mare dove un tempo i maestri d’ascia costruivano le barche e i pescatori riparavano le reti, un gruppo di giovani ha aperto «Porto M»: uno spazio speciale dove si può cantare, fare teatro, bere qualcosa con gli amici, leggere un libro. Ma, oltre a tutto questo, Porto M è un luogo della memoria dei migranti che ogni giorno arrivano a Lampedusa.  Il flusso è costante ed è destinato ad aumentare nei prossimi mesi: sia per l’arrivo della buona stagione e le favorevoli condizioni del mare sia per la chiusura della rotta balcanica. I flussi di migranti che dal Nord Africa, dal Medio Oriente e da alcuni paesi dell’Africa subsahariana cercano di arrivare in Europa, infatti, sono costanti e non si fermano di fronte a un muro, una rete o una barriera. Come in un sistema di vasi comunicanti, se si blocca un varco, migranti e richiedenti asilo ne cercano un altro e Lampedusa – piccola isola più vicina a Tunisi che a Roma – finisce con l’essere un approdo naturale. Così, mentre la Turchia si prepara a fermare i migranti che vorrebbero entrare in Grecia, mentre l’Ungheria costruisce una rete di protezione contro gli ingressi e l’Austria sigilla le proprie frontiere, Lampedusa torna a essere meta di migliaia di persone.

Porto M è il luogo che raccoglie la memoria di questa grande storia del XXI secolo, un luogo simbolico nel quale alcuni oggetti raccontano pezzi di vita, speranze e tragedie di chi affronta il mare per cercare rifugio e sicurezza: ciabattine, salvagenti, zainetti, qualche pentolino. Ma in un angolo anche alcune Bibbie, qualche Corano, oggetti devozionali che raccontano la «religiosità migrante», la spiritualità di chi, pur dovendo ridurre al minimo il suo bagaglio, non rinuncia a portare con sé un pezzo della sua fede.

Non è una novità. Tutti i musei dell’emigrazione ci raccontano che nella valigia degli immigrati c’è sempre stato un oggetto religioso o un libro sacro, come accade in tutti i momenti di passaggio in cui ci ritroviamo sospesi tra la vita e la morte o attraversiamo un ideale Mar Rosso che speriamo ci porti in una nuova terra dove dare vita alle nostre speranze. Per i migranti, la loro religiosità e la loro fede sono importanti risorse morali e spirituali che durano nel tempo e che si esprimono anche quando hanno raggiunto la loro meta. Lo verifichiamo osservando chiese, moschee o templi che sorgono nelle nostre periferie in cui si prega, si canta e si loda Dio in lingue diverse dall’italiano. Queste comunità di credenti costituiscono nuovi tasselli di un’«Italia delle religioni» che andrebbero rispettati e integrati nel nome dei principi della democrazia e del pluralismo. Non accade, anzi alcune leggi tendono a limitare la libertà religiosa degli immigrati che viene confinata in garages e capannoni. Ed è una cosa che fa male. Fa male alla dignità di chi ha diritto a esprimere la propria fede; fa male alla coscienza democratica. Fa male, molto male, alla causa dell’integrazione.

Foto: di grynold, ©iStockPhoto