I corridoi umanitari premiati con la Colomba d'Oro di Archivio Disarmo

Il riconoscimento a giornalisti e figure internazionali che si impegnano per la pace e la cooperazione internazionale

L'Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo ogni anno assegna il premio “Colombe d’oro per la pace” a giornalisti e personalità internazionali che si distinguono per aver informato e agito sui temi della pace, della gestione non violenta dei conflitti e della cooperazione internazionale. Il 23 giugno il riconoscimento sarà attribuito, tra gli altri, al progetto dei Corridoi umanitari di Fcei e Sant'Egidio. La giuria, che negli anni ha avuto alla presidenza figure eccezionali come Sandro Pertini o Rita Levi Montalcini, in questa edizione sarà formata da Fabrizio Battistelli, Dora Iacobelli, Riccardo Iacona, Dacia Maraini, Andrea Riccardi e Tana de Zulueta. «Abbiamo due sezioni del premio, una giornalistica e una internazionale – dice il professor Fabrizio Battistelli, sociologo e presidente dell'IRIAD – nella prima abbiamo premiato Diego Zoro Bianchi, conduttore della trasmissione Gazebo e blogger, Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire esperta di America Latina e Lorenzo Trombetta, corrispondente Medio oriente per l'Ansa dando così l'idea della pluralità delle emergenze nel mondo. Nella parte internazionale abbiamo premiato una persona e un progetto: a don Mosè Zerai, che lavora con l'associazione Habeshia per l’integrazione degli immigrati, e il progetto dei Corridoi umanitari, di grandissimo interesse in questa fase delicata di crisi umanitaria».

Perché questo premio?
«Al tempo della fondazione dell'Archivio, nel 1982, i problemi dell'informazione erano simili a quelli di oggi: è difficile dare notizie sui temi internazionali in genere e in particolare su quelli della pace e della guerra, per un fatto di competenze e per il fatto che c'è una resistenza a occuparsi di problemi apparentemente lontani. Abbiamo pensato che dare un premio a quei giornalisti che si sono impegnati con preparazione e coraggio a raccontare in modo costruttivo i temi quali pace, controllo degli armamenti, l'importanza delle aree di crisi e delle guerre, avrebbe aiutato a far parlare di più di questi argomenti».

Perché un premio ai Corridoi umanitari delle Federazione delle Chiese Evangeliche e Sant'Egidio?
«Le crisi umanitarie stanno devastando intere regioni della sponda sud del Mediterraneo e stanno mettendo in moto delle trasmigrazioni di proporzioni impensate appena cinque anni fa. Queste situazioni vengono gestite in emergenza e mai in un modo programmato, sistemico e istituzionalizzato. I corridoi umanitari vogliono rispondere a questa esigenza, dando una possibilità organizzata e sicura alle persone, anche se numericamente simbolica in questo momento. Questo progetto è condiviso da cattolici e protestanti, altro elemento importante: la Federazione delle Chiese Evangeliche che fa da cornice con il suo progetto Mediterranean Hope, la Tavola Valdese che interviene molto generosamente mettendo a disposizione il suo 8xMille e la Comunità di Sant'Egidio. Una pluralità di provenienze religiose che si incontrano in questa prova di solidarietà nei confronti dei migranti. Un precedente importante per trovare una soluzione ai problemi da affrontare: messo in atto dalle chiese ha anche un senso di testimonianza, ma da domani dovrebbe essere una politica fatta propria dall'Italia e dell'Europa».

Perché è ancora così difficile parlare di pace e non violenza?
«È difficile e a volta suscita delle reazioni politiche ostili, perché il tema della guerra chiama in causa l'idea di doversi difendere da una minaccia. Le persone hanno paura di doversi difendere: un fenomeno che va capito e decostruito, ma non va disprezzato né stigmatizzato. Se le persone hanno paura che gli stranieri tolgano il lavoro o hanno un atteggiamento di disinteresse verso la guerra in Siria, occorre che si lavori per superare questo muro di indifferenza. Per farlo occorre capire quanto stress c'è in una situazione di crisi economica e sociale che attanaglia l'Italia e che rende tutto più difficile. Ci sono anche punti di ottimismo, per fortuna: anche in questa situazione c'è tanta gente che si vuole impegnare e vede nell'altro il prossimo».

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