Clavairoly: l’accoglienza al primo posto

Intervista al presidente della Federazione protestante di Francia, in visita a Roma

Fonte: Nev

Il pastore François Clavairoly, presidente della Federazione protestante di Francia (Fpf), gli scorsi 27 e 28 giugno si è recato a Roma dove ha visitato – tra l’altro - la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Scopo della visita era quello di riallacciare i rapporti tra le due Federazioni al fine di riprendere un discorso comune su alcune tematiche, a cominciare da quella sulle migrazioni. Molto interesse ha suscitato il programma Fcei “Mediterranean Hope” per i rifugiati e migranti, nonché il progetto-pilota ecumenico dei “corridoi umanitari”. Lo abbiamo intervistato.

Come affronta la Fpf le tematiche legate alla recente “crisi migratoria”?

«Un anno e mezzo fa ho incontrato il primo ministro Manuel Valls per offrirgli la disponibilità della Fpf nel servizio di accoglienza dei migranti. La risposta che ho ricevuto era che la Francia avrebbe accolto solo 500 rifugiati siriani, facendo intendere che il sostegno dei protestanti non era necessario. Questo non ci ha impedito di agire per conto nostro e, insieme alla Federazione protestante di mutuo soccorso e all’Esercito della Salvezza, abbiamo cominciato ad accogliere chi aveva bisogno. Da allora abbiamo ospitato diverse centinaia di rifugiati con la possibilità di ospitarne ancora. Ci rammarichiamo che il governo francese non abbia sfruttato questa possibilità. Ultimamente lo abbiamo nuovamente interpellato rispetto alla decisione di accogliere solo 30mila profughi in due anni nel quadro di un accordo europeo del marzo scorso. Consideriamo questi numeri del tutto insufficienti per un Paese come la Francia. Ecco perché il 14 luglio, Festa della Repubblica, lanciamo una campagna pubblica dal titolo ‘Liberté, égalité, fraternité, exilés: l’accueil d’abord!’ tesa a richiamare le responsabilità che abbiamo di fronte a questo dramma umanitario».

In Italia si è parlato molto della situazione dei migranti creatasi nella “Giungla di Calais”. Come valuta questa situazione?

«Si tratta di un problema di natura eminentemente politica: la frontiera con la Gran Bretagna è sul lato francese, al di qua della Manica. L’accordo risale alla costruzione del tunnel, ma la Francia non può gestire questa cosa da sola senza un accordo con la Gran Bretagna. Oggi è tutto bloccato per ragioni politiche. Il dramma di Calais è che i profughi sono vittime tre volte: prima,nel proprio paese, poi dei trafficanti e infine di questo stallo politico. Un’ingiustizia incredibile! Per fortuna gli abitanti della zona sono di una grande generosità. Non solo ong e attivisti, ma la stessa popolazione locale offre il proprio aiuto. Temo davvero che questa storia andrà avanti ancora molto. Non vedo per ora soluzioni».

Dall’accoglienza dei migranti al cambiamento climatico: in occasione della COP21 tenutasi a Parigi, Lei ha avuto un ruolo particolare, considerato anche che presiede la Conferenza dei responsabili dei culti di Francia…

«La Conferenza dei responsabili dei culti è un luogo di incontro e discussione tra cristiani - protestanti, cattolici e ortodossi -, musulmani, ebrei e buddisti. Nei mesi precedenti la COP21 abbiamo mobilizzato le comunità di fede sul tema della “casa comune”, ispirandoci anche alla “Laudato si’” che papa Francesco aveva appena resa nota. Quello del cambiamento climatico e della cura del pianeta è un tema che le chiese protestanti portano avanti da anni anche a livello mondiale. In Francia era interessante vedere come le diverse comunità di fede hanno lavorato insieme, anche nella raccolta delle firme per la petizione interreligiosa che abbiamo portato insieme al presidente della Repubblica François Hollande, contenente le raccomandazioni in merito alla lotta al cambiamento climatico e alla protezione dei più vulnerabili. Certo, ora dobbiamo capire come le decisioni della COP21 verranno implementate dai vari paesi. Questa è un’altra storia».

Concretamente le chiese protestanti in Francia cosa fanno per il rispetto dell’ambiente?

«Hanno lavorato sul piano teologico coniugando la lettura della Bibbia con l’approccio ecologico, mettendo al centro dello studio teologico la salvezza, la giustizia e l’annuncio della buona novella in un mondo malato. Hanno promosso un processo di sensibilizzazione a livello delle comunità locali. Anche se questo tema è da diverso tempo all’ordine del giorno nelle chiese, siamo in realtà solo all’inizio di una presa di coscienza in cui la questione della giustizia incrocia la questione ambientale. Le nostre generazioni consegnano a quelle future un mondo ferito e fragile, e saranno ancora una volta i più vulnerabili a subirne le conseguenze».

Un mondo fragile e ferito, si direbbe, anche dalla minaccia terroristica? La Francia è stata particolarmente colpita…

«Credo che la radicalizzazione nel nostro paese sia un pericolo reale. Ma non siamo ancora capaci di fare un’analisi del fenomeno: è un problema di natura politico-religiosa, o si tratta di una scelta di un pezzo della società che vuole passare alla violenza armata? A prescindere, va fatta un’attenta riflessione sul rapporto tra religione e violenza, e naturalmente stiamo ragionando - ancora una volta - su cosa veramente significhi la laicità. E intanto constatiamo come in ampi settori della società si faccia ancora fatica a vivere il rapporto con l’altro diverso da sé.

La mia impressione è che in Francia siamo di fronte ad un vero problema di dialogo della società francese con se stessa. La Francia non riesce a parlarsi in modo tranquillo e pacato, e il populismo di certi leader politici non aiuta questa situazione. Viene esacerbata un tipo di identità ripiegata su se stessa, proprio in un momento in cui l‘Europa dovrebbe essere solidale per meglio accogliere e meglio occuparsi delle proprie ingiustizie interne, che pure ci sono. La retorica identitaria dominante, inoltre, è contraria agli stessi valori del protestantesimo».

In questo scenario, secondo lei, qual è il ruolo delle chiese protestanti?

«Il nostro ruolo è quello di dire e far capire che la religione non è una minaccia per la società. La religione può essere una risorsa civile, produttrice di senso, fattore di pace e dialogo. Molti credono che la religione, o la fede, sia invece oscurantismo, regressione, il contrario della ragione e legata al conservatorismo… invece la fede può essere un‘occasione di dialogo sul senso della vita. Come protestanti in Francia, siamo una minoranza che può far passare questo messaggio: la fede cristiana, e la fede in generale, può essere un elemento positivo del vivere insieme».

Un tema che riproporrete anche in occasione del Cinquecentenario della Riforma nel 2017?

«Sì, la campagna della Fpf in occasione del 2017 innanzitutto si chiamerà “Réformes2017”, con la “s” finale, perché di Riforma protestante non ce n’è stata una sola, ma erano tipicamente plurali, come il protestantesimo stesso. Riprendendo il motto repubblicano della “Liberté, Egalité, Franternité”, particolare enfasi verrà data al terzo concetto che nelle nostre società oggi troppo spesso ci sfugge: la fraternità. Che poi significa tante altre cose, come l’accoglienza, la tolleranza, la condivisione, la solidarietà. Valori da riscoprire e rivivere».

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