Si è concluso oggi, venerdì 26 agosto, il Sinodo 2016 delle Chiese metodiste e valdesi.

Un Sinodo caratterizzato forse più dai “passaggi” che dalle grandi decisioni, scosso dagli eventi tragici dei recenti attentati terroristici e del terremoto che ha sconvolto in questi giorni il centro Italia, per il quale ha espresso il proprio cordoglio e l’impegno in aiuti concreti.

I “passaggi” hanno riguardato alcuni cambiamenti di cariche: la presidente del Comitato permanente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi), diacona Alessandra Trotta, ha terminato il suo mandato e al suo posto è stata eletta la pastora Mirella Manocchio. Anche due affezionati ospiti del Sinodo valdese terminano il loro mandato, il pastore Raffaele Volpe, come presidente dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi), nel prossimo ottobre, e il vescovo di Pinerolo Piergiorgio Debernardi.

Nel segno della continuità, sono stati trattati i consueti temi: vita delle chiese, diaconia, Essere chiesa insieme, Facoltà valdese di Teologia, Opcemi, Cultura e comunicazione, ecumenismo, otto per mille, amministrazione…

Un accento particolare è stato dedicato al Cinquecentenario della Riforma, alle chiese valdesi del Rio de la Plata (soprattutto con riferimento al tornado che ha devastato la cittadina di Dolores, distruggendo la locale chiesa valdese), e ai temi fortemente attuali come il dialogo interreligioso e le azioni promosse dalla Fcei, in particolare nell’ambito della libertà religiosa (contro le cosiddette «leggi antimoschee») e dei Corridoi umanitari.

In quest’ottica va l’approvazione all’unanimità di due ordini del giorno, il primo esprime la preoccupazione di fronte all’approvazione di leggi che di fatto limitano il diritto di libertà di coscienza e di religione, e ripropone l’idea di istituire una Giornata nazionale della libertà di coscienza, di religione e di pensiero nella data storica del 17 febbraio. Il secondo ordine del giorno significativamente si pone come un no deciso sia al terrorismo islamista sia al pregiudizio anti-islamico, denunciando da una parte la retorica della «guerra di religione» e dall’altro la «bestemmia» di associare il nome di Dio all’omicidio.

Il collegamento con lattualità è stato dunque molto forte anche questanno, e ciò è stato suggellato dal discorso conclusivo del moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini, rieletto per il quinto anno.

Partendo da uno dei versetti evocati all’indomani dell’attentato di Nizza del 14 luglio («Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo», II Timoteo 1, 7), il moderatore ha esordito parlando del recente terremoto, ricordando il cordoglio espresso dal Sinodo per le vittime, le preghiere e la solidarietà concreta già attivata, per poi interrogarsi con preoccupazione sulla ricostruzione, sulle incognite legate alla mancanza di risorse ma forse più ancora alla corruzione, alle lentezze della burocrazia e alla polemica politica. Preoccupazioni che ci accompagnano sempre, ma che si aggravano in casi di catastrofi come quella presente.

Il secondo tema affrontato è stato la preoccupazione per la nostra «casa europea», esprimendo il «senso di precarietà e insicurezza che pervade la nostra società, le nostre chiese, le nostre famiglie, perfino i nostri più intimi convincimenti» e che sembra essersi fatto ancora più profondo negli ultimi mesi.

Il timore che i suoi valori fondanti (civiltà, diritti, welfare, laicità) siano irrimediabilmente compromessi, e che «la nostra casa non ci protegga più» risuona nell’aula, ma risuona anche il versetto citato all’inizio, e il suo messaggio di forza e di speranza.

Molte chiese cristiane europee, ha ricordato il moderatore, «stanno tenendo ferma la posizione della responsabilità e della coesione sociale, della corretta e differenziata informazione, del rifiuto delle posizioni preconcette e catastrofistiche», e ce l’hanno ricordato nei loro interventi al Sinodo.

Le chiese ma anche la società stanno reagendo, con civiltà e solidarietà, in modo coeso, e questo ci permette di dire (come ha espresso il Sinodo nell’apposito atto) che «non stiamo vivendo una guerra di religione, anche se qualcuno vorrebbe spingerci in questa direzione», ma (puntualizza il moderatore, riprendendo quanto detto nei giorni precedenti) «questo non vuol dire che le religioni e gli uomini e le donne di fede non abbiano nulla da dire e si possano ritenere assolti da ogni responsabilità». Anche perché l’idea che si possa uccidere in nome di Dio, per quanto blasfema, ha attraversato tutte le religioni, compreso il cristianesimo, e a questo proposito il moderatore cita le persecuzioni contro i valdesi, ma anche i «cristiano tedeschi» nazisti e il sistema dell’apartheid in Sudafrica. Per questo è particolarmente importante l’impegno a rafforzare il dialogo con tutti i credenti che condividono «l’impegno per una convivenza vissuta nel dialogo e nella ricerca del bene comune».

Venendo più direttamente al mondo delle chiese: questo impegno riconosce le diversità, nelle chiese e tra le chiese, e vede la sua missione non in termini di proselitismo, ma in un maggiore riconoscimento delle differenze. Un’impostazione di cui, constata il moderatore, non abbiamo ancora piena consapevolezza, e che non ha avuto, in Europa, un risultato positivo in termini numerici o di maggiore udienza nell’opinione pubblica. Anzi, il crescente analfabetismo religioso in ambito cristiano rende quanto mai urgente un’inversione di tendenza, trovando forme nuove ed efficaci di testimonianza evangelica che esprima «una chiesa aperta, tollerante, dialogante, inclusiva, socialmente e politicamente impegnata».

Occorre quindi andare oltre quel «nuovo sguardo» lanciato tre anni fa dallo stesso moderatore, necessario per rivedere la struttura ecclesiastica: occorrono «coraggio, capacità di visione, linguaggi adeguati e, soprattutto, una forte e personale spiritualità radicata nella parola di Dio che sia in grado di toccare il cuore e la mente, i convincimenti e le emozioni delle donne e degli uomini di oggi». In una parola, occorre «un nuovo inizio, non partorito dalla violenza e dalla divisione come alcuni, sempre di più, propongono, ma dal dialogo e dalla riconciliazione». Un nuovo inizio descritto dalle parole citate in apertura: forza, amore e autocontrollo.

E come il nuovo sguardo ha in un certo senso ispirato la vita delle nostre chiese in questi ultimi anni, possiamo sperare che lo farà anche questo nuovo inizio.

Una nuova parola d’ordine per le chiese evangeliche (e non solo)? Possiamo sperarlo.

Immagine di Pietro Romeo