L’edizione 2016 del Rapporto sull’economia dell’immigrazione realizzato dalla Fondazione Leone Moressa, presentato ieri anche su Riforma.it, è incentrata sugli aspetti legati all’impatto fiscale della popolazione straniera in Italia. Analizzando il mercato del lavoro, il gettito Irpef, il contributo al Pil e i contributi previdenziali versati, il rapporto valuta il contributo dei lavoratori immigrati al welfare pubblico e all’economia italiana. Oggi abbiamo voluto approfondire l’argomento con Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa.

Sappiamo che la popolazione straniera ha un grande impatto sui cambiamenti demografici, ma i dati del rapporto sull’impatto fiscale sono impressionanti: vi aspettavate questi numeri?

«È un trend presente da molti anni, perché l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale ma strutturale: dall’inizio della crisi gli ingressi in Italia per lavoro sono stati molto pochi, per cui la maggior parte dei cinque milioni di lavoratori stranieri residenti sono qui da oltre dieci anni. L’impatto fiscale deriva dalla dimensione e dalla struttura demografica della popolazione straniera che è mediamente più giovane rispetto a quella italiana e quindi ha un impatto minore sulla spesa pubblica in termini soprattutto di pensioni, ed è composta soprattutto da persone in età lavorativa e contributiva. Abbiamo calcolato i contributi previdenziali, che non sono vere e proprie tasse perché un giorno saranno riutilizzate per i lavoratori che le hanno prodotti, ma che oggi contribuiscono al mantenimento della spesa pensionistica. Accanto a questo abbiamo calcolato il gettito proveniente dalle tasse, ovvero 7 miliardi di euro di Irpef, oltre alle altre voci di entrata come le imposte indirette, quelle sui carburanti, le tasse sui permessi di soggiorno e via dicendo».

Ci sono indubbi benefici per l’Italia. Ci sono anche dei problemi?

«Sì, le difficoltà croniche della presenza immigrata in Italia sono sostanzialmente legate alla qualità del mercato del lavoro, ovvero alla bassa qualifica delle professioni. Questo è dimostrato anche dalla produttività: i 127 miliardi prodotti dai circa 2 milioni e mezzo di occupati in realtà hanno un valore procapite molto basso proprio perché il nostro paese non è ancora in grado di attrarre manodopera qualificata. Lo si vede chiaramente da una distinzione nel mercato del lavoro tra italiani e stranieri: i lavori ad alta specializzazione tra gli italiani sono il 38%, tra gli stranieri soltanto il 7%».

La manodopera straniera riempie un vuoto di competenze, come spesso si dice?

«Questo sicuramente. Se c’è questa presenza è perché il mercato del lavoro ne ha bisogno: le famose professioni che “gli italiani non fanno” perché hanno titoli di studio più alti, in media, e ricercano lavori differenti. Questa segregazione occupazionale alla lunga è un problema e la sfida per il nostro paese sarebbe alzare la professionalità, la produttività e di conseguenza il gettito fiscale».

I contributi previdenziali versati dagli stranieri non possono essere prelevati al ritorno nel proprio paese: è ancora così o ci sono stati accordi bilaterali?

«A noi risulta che ci siano stati pochi accordi bilaterali tra i paesi su questo tema. Anche Tito Boeri, presidente dell’Inps, aveva sottolineato la lacuna del nostro sistema: se i contributi sono attribuibili a un lavoratore, dovrebbe aver diritto agli stessi anche se va altrove».

Il lavoro immigrato è decisivo per le casse dell’Inps?

«È difficile fare valutazioni a lungo termine, però attualmente questi 11 miliardi di euro all’anno di contributi sono un tesoretto molto importante. Negli ultimi cinque anni siamo intorno ai 60 miliardi di euro di contributi: un importo davvero considerevole».

Immagine: via pixabay.com

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