Il Signore mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria»
Isaia 49, 3

Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha già da prima riconosciuto
Romani 11, 2

«Extra ecclesiam nulla salus nisi Judaeis in eorum religione manentibus», non v’è salvezza fuori della chiesa, se non per i giudei che rimangono nella loro religione. Questa parafrasi del noto principio ecclesiastico formulato da Cipriano di Cartagine veniva proposta ai cristiani, tra il serio e il faceto, negli anni ‘20 del Novecento, dal filosofo ebreo tedesco Franz Rosenzweig. Sappiamo quanto l’indifferenza (nel migliore dei casi) e la sostanziale chiusura da parte di tutte le confessioni cristiane al rapporto con il giudaismo sarebbero costate di lì a poco agli ebrei europei, nei quasi tredici anni di potere hitleriano.

Eppure l’apostolo Paolo, giudeo e cristiano della prima generazione, affermava a chiare lettere: «Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha già da prima riconosciuto». Rosenzweig, e Martin Buber con lui, benché ebrei, interpretavano il rapporto tra chiesa e Israele non diversamente da Paolo. Dio ha «conosciuto» Israele, lo ha «fatto suo», ben prima dei non ebrei che credono in Gesù Cristo, e questa elezione da parte di Dio non cambia, anche nelle situazioni meno decifrabili e più paradossali della plurimillenaria vicenda di questo popolo. Anzi: solo grazie al fatto che Dio ha fatto suo un popolo (quello ebraico), anche noi, gentili, non ebrei, tramite la sola fede in Gesù Cristo veniamo innestati nel tronco d’Israele e partecipiamo con esso alle promesse divine.

Proprio perché Israele non è stato ripudiato, tutti e tutte possono partecipare, per sola fede, della salvezza e della benedizione che Dio promette ai figli di Abraamo e di Davide, diventando così suo popolo. È ora di affermare questo a chiare lettere, perché Israele e la nostra salvezza stanno e cadono insieme.

Immagine: Di Berthold Werner - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5614640