Martedì 8 novembre il Parlamento ungherese ha bocciato la riforma costituzionale proposta dal primo ministro Viktor Orbán, che puntava a bloccare il processo di reinsediamento di richiedenti asilo nel Paese, che stenta comunque a prendere piede a livello continentale a causa della difficoltà di trovare un accordo tra i Paesi europei, divisi sulle cifre e sul tema dell’obbligo di partecipare al piano.

L’emendamento alla Costituzione avrebbe avuto bisogno di ottenere il voto favorevole dei due terzi dei parlamentari, pari a 133 su 199 membri, ma si è fermato a 131 consensi, appena due in meno della quota necessaria. Sull’insuccesso del governo pesa l’astensione, scelta come strumento di delegittimazione, da parte del partito nazionalista di estrema destra, Jobbik, e dall’ampio fronte di partiti di centrosinistra, che va dal Partito Socialista ai Verdi e che mette insieme 41 parlamentari.

Orbán aveva portato avanti l’emendamento affermando che si trattasse di un necessario segno di rispetto per gli oltre tre milioni di ungheresi che avevano votato a favore della proposta sottoposta lo scorso 2 ottobre a referendum, che aveva mancato il quorum fermandosi poco sopra il 43% di partecipazione.

Secondo Aron Coceancig, caporedattore Mitteleuropa di East Journal, «Il partito nazionalista Jobbik è stato decisivo per far fallire l’emendamento. Lo scontro politico tra Fidesz e lo Jobbik in questo momento è molto forte, dunque dubito che la proposta di modifica costituzionale venga ripresentata nel breve periodo, anche se non è da escludere che si cerchi un acccordo».

Jobbik ha deciso di astenersi e di prendere le distanze nel merito o per motivi strategici?

«Jobbik sta portando avanti una strategia politica molto aggressiva contro Fidesz, il partito di Orbán, e contro il governo ungherese, per puro calcolo politico. Nel merito, Jobbik si è astenuto perché contesta il fatto che il governo ungherese chiuda le porte ai migranti poveri ma in realtà, attraverso un provvedimento legale che viene chiamato “bonus di residenza”, offra comunque la possibilità a molti migranti ricchi provenienti dai paesi arabi di comprare la cittadinanza ungherese. Secondo la legge, infatti, se persone provenienti dei paesi arabi versano 300.000 euro, allora possono ottenere la cittadinanza ungherese; ecco, Jobbik contesta questo provvedimento e il presidente del partito aveva fatto sapere di essere disponibile a votare la modifica costituzionale solo se questo bonus di residenza fosse stato cancellato. Orbán non ha accettato questo compromesso e ha deciso di andare avanti verso il voto parlamentare, andando incontro alla seconda sconfitta in poco più di un mese sulla questione dei migranti, dopo quella nel referendum di ottobre».

Non siamo abituati a vedere Fidesz e Orbán sconfitti. Possiamo considerarli soltanto incidenti di percorso o sta cambiando la tendenza politica nel Paese?

«Per rispondere bisogna separare il piano interno da quello internazionale. Su quest’ultimo queste due sono sconfitte abbastanza pesanti per Orbán, il cui ruolo viene ridimensionano sia nei confronti dell’Unione europea sia come leader di un Paese europeo. Dal punto di vista della politica interna, invece, è da notare che i partiti dell’opposizione stanno provando a metterlo sempre più in difficoltà. Tuttavia, sul medio e lungo periodo questa sconfitta subita da Orbán in Parlamento sulla modifica costituzionale potrebbe addirittura essere usata a proprio vantaggio, perché, anche se il referendum non ha raggiunto il quorum il 2 ottobre, c’è stato comunque un grande numero di elettori, oltre tre milioni, che avevano sostenuto questa idea di chiudere i confini ungheresi e di far fallire le quote, e molti di questi sono elettori dello Jobbik. Ecco, Jobbik in questa posizione rischia di essere messo all’angolo, accusato in questi giorni da parte di Fidesz di avere una posizione ambigua e di non voler difendere l’interesse dell’Ungheria nei confronti dell’Europa. Orbán potrebbe quindi utilizzare questa carta per polemizzare in maniera forte contro Jobbik e guadagnarsi un consenso ancora maggiore».

Jobbik in questo momento è l’unica opposizione in grado di tenere testa a Fidesz?

«No, ci sono due forme di opposizione: da un lato c’è lo Jobbik e dall’altro ci sono i partiti del centrosinistra. Tuttavia, il centrosinistra è molto frammentato e non ha una voce unica, mentre Jobbik è un partito centralista, forte, che ha una sua base elettorale e un leader riconosciuto. Per questo ogni giorno la posizione che si fa sentire di più nei confronti di Fidesz è proprio quella dell’estrema destra».

Mentre i rapporti con l’Europa continuano a non essere buoni, ora l’ascesa di Donald Trump, molto apprezzato da Orbán, potrebbe dargli una sponda sul tema della chiusura dei confini?

«Sicuramente sì. Ecco, se a Orbán sono arrivate brutte notizie sul piano interno, l’elezione di Trump è stata invece sicuramente una notizia molto positiva, anche perché lui ha puntato sin dall’inizio su Trump, già dall’estate, e ci sono stati tra l’altro dei finanziamenti diretti da parte del governo ungherese alla campagna di Trump, questo anche perché tra la famiglia Clinton e Orbán non corre buon sangue a causa di un’antipatia storica, e la vittoria di Trump dà nuovo ossigeno a Orbán sia dal punto di vista della politica internazionale sia dal punto di vista della politica interna, anche se non sappiamo ancora bene quali siano le linee di politica estera che Trump vuole perseguire nel centro-est Europa, visto che per ora non sono ancora molto definite».

Immagine: Epp via Flickr

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