Di fatto l’esito della Conferenza Cop22 era stato realizzato il 4 novembre quando è entrato in vigore l’Accordo di Parigi [Cop21, dicembre 2015, ndr] con la ratifica di 94 Paesi tra cui anche l’Italia il 27 ottobre.

La Cop22 tenutasi in Marocco dal 7 al 18 novembre ha deciso di definire entro dicembre 2018 il regolamento per l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il regolamento dovrà definire, in particolare, in quale modo i Paesi monitoreranno i loro impegni per la riduzione dei gas serra (Nationally Determined Contributions). Il testo finale richiede agli Stati ricchi di continuare a lavorare per istituire entro il 2020 il Green Climate Fund, per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo nella lotta al riscaldamento globale.

Anche questa volta prevale l’insoddisfazione sui risultati, cronicamente inadeguati alla sfida del cambiamento climatico i cui tempi sono in accelerazione: i termometri del Polo Nord – dove è iniziata la notte artica – segnavano in questi giorni temperature di 20°C superiori alla media.

Gli obiettivi di riduzione per gli Stati europei sono stati definiti dall’UE attraverso l’Effort Sharing (ovvero la «condivisione degli sforzi» proposta per dare gambe agli impegni di riduzione assunti dal vecchio continente attraverso lo Ndc [piani nazionali di taglio alle emissioni, ndr] comune presentato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e corrispondono per l’Italia alla riduzione delle emissioni nazionali del 33% entro il 2030.

Ma le politiche nazionali vanno in senso contrario. Dall’approvazione di decine di nuove concessioni per ampliare la frontiera estrattiva di energie fossili in terra e in mare, agli investimenti stanziati per infrastrutture stradali e aeroportuali, alla costruzione di 8 nuovi inceneritori che da soli causeranno l’emissione di ulteriori 1.500.0000 tonnellate di Co2 l’anno.

In generale, nessun paese ha aggiornato i piani nazionali di taglio alle emissioni (Ndc), nonostante le più attendibili agenzie internazionali abbiano ormai messo in chiaro che gli impegni annunciati finora non bastano per centrare gli obiettivi sul clima concordati a Parigi. Quattro Stati (Usa, Canada, Messico e Germania) hanno presentato i loro piani aggiornati con orizzonte 2050, dove si impegnano a tagliare le emissioni dell’80-95%. Come lo faranno, però, resta da dettagliare.

Intanto il fenomeno dei profughi ambientali sta crescendo e il meccanismo dei loss & damage (i risarcimenti per le perdite e i danni irreparabili subìti dai paesi vulnerabili a un cambiamento climatico innescato dalle economie avanzate) punta alle conseguenze e non alle cause.

L’unico risultato in questo ambito, quindi, resta la promessa dei 47 paesi del Climate Vulnerable Forum (Cvf), l’associazione internazionale delle nazioni maggiormente colpite dagli effetti del cambiamento climatico, di ridurre drasticamente le emissioni di carbonio e a passare rapidamente ad un’alimentazione al 100% di energia rinnovabile, oltre a presentare Ndc aggiornati prima del 2020. Inoltre Usa, Gran Bretagna e Germania hanno annunciato la creazione di un fondo di 50 milioni di dollari per aiutare i paesi in via di sviluppo a monitorare meglio le proprie emissioni.

Le trattative proseguiranno il prossimo anno con la Cop23, organizzata dalle Fiji, ma ospitata dalla Germania a Bonn). Dovrebbe poi entrare in vigore soltanto nel 2018, anno in cui è prevista la revisione degli impegni per tutti gli Stati. Bisognerà quindi attendere fino alla Cop24 (probabilmente in Polonia).

Per arginare l’effetto di una possibile uscita del secondo inquinatore mondiale dal gruppo, durante il summit Cina, Unione Europea, Brasile e India hanno ribadito la necessità di proseguire i lavori, mettendo in chiaro che il processo continua e continuerà qualunque cosa accada.

Occorre insistere sugli obiettivi promossi anche dal Consiglio ecumenico delle chiese: che i fondi sovrani e i fondi pensione non finanzino più le energie fossili, che si ostacolino gli accordi commerciali che prevedono tribunali extragiudiziali che aggirano le politiche governative, e che si mettano in atto politiche industriali e investimenti per produzioni che salvaguardino la salute umana e adottino materiali che devono essere «sostenibili» rispetto agli equilibri vitali del pianeta: biodegradabili (ovvero non diventare «rifiuti»), con energie rinnovabili e massima efficienza efficienza, duraturi nel tempo e vicine ai mercati.

Immagine: By The Photographer - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22473423

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