Una graphic novel per raccontare in modo semplice un sistema complesso, quello delle relazioni tra Italia e Azerbaijan, due Paesi lontani per cultura e geografia ma uniti, almeno sulla carta, da un gasdotto che dovrebbe attraversare l’Anatolia, la Grecia, l’Albania, il Mar Adriatico e arrivare sulle coste pugliesi con la promessa di ridurre la nostra dipendenza dalla Russia e le nostre bollette energetiche. Tuttavia, accettare questa collaborazione, costruita negli anni attraverso contratti firmati non solo dal nostro Paese, ma anche da vari partner occidentali, significa far finta di nulla sulle ripetute violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Ilham Aliyev, il presidente che guida il Paese dal 2003, anno in cui lo ereditò dal padre Heydar.

I grandi eventi organizzati a Baku negli ultimi anni, dall’Eurovision Song Contest del 2012 ai Giochi olimpici europei del 2015, fino al Gran Premio di Formula Uno del 2016, hanno cercato di presentare l’Azerbaijan come una nazione moderna e aperta al mondo, culturalmente stimolante e ambiziosa. Eppure, sotto quella patina luccicante e fuori dalle poche vie frequentate dai turisti, il Paese è fortemente segregato, mentre i suoi cittadini hanno spazi di espressione sempre più ristretti. Per raccontare questo Paese, la casa editrice Round Robin ha pubblicato una graphic novel, L’alleato azero. Gas e petrolio contro i diritti umani, realizzata dall’associazione Re:common insieme alla fumettista Claudia Giuliani, uscito il 25 novembre nella collana Bolina. A spiegare il perché di questa scelta è Luca Manes, responsabile della comunicazione dell’associazione Re:common.

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L’idea del graphic novel è raccontare una storia che è fatta di cooperazione come minimo scomoda, che è quella tra l’Italia e una dittatura di fatto, l’Azerbaijan. Perché avete scelto lo stile graphic novel?

«È la seconda graphic novel che realizziamo negli ultimi anni: ci sembra uno strumento molto innovativo e immediato, che ci permette anche di raccontare con più facilità alcune tematiche complesse. Accanto a questo lavoro poi non va dimenticata tutta la produzione di articoli e di rapporti, che è ampia e costante e che portiamo avanti da sempre, però anche questa volta, come nel primo caso, la graphic novel ci è veramente sembrato lo strumento più adatto per raggiungere un pubblico più ampio rispetto».

Il ruolo dell’Azerbaijan è davvero così strategico nel mercato energetico mondiale?

«Storicamente l’Azerbaijan è sempre stato importante per il mercato dell’energia. Addirittura, se consideriamo l’Azerbaijan come Europa, allora possiamo dire che le prime prospezioni petrolifere nel nostro continente si sono svolte all’inizio del secolo scorso proprio lì. Il periodo sovietico ha invece visto una certa decadenza, ma con il 1994 è cambiato tutto: quell’anno, infatti, è stato firmato quello che viene chiamato “il contratto del secolo”. Si tratta di un contratto miliardario che venne firmato dalla Bp, che all’epoca si chiamava ancora British Petroleum, e dal governo azero di allora, presieduto da Heydar Aliyev. Con questo accordo si permise a varie multinazionali occidentali, e tra queste in primis proprio la Bp, di sfruttare i ricchi giacimenti azeri, che sono sia on-shore, cioè sul territorio azero, che off-shore, nella parte azera del Mar Caspio, da dove dovrebbe arrivare il gas che dovrebbe attraverso il Tap».

Ha nominato il Tap, che fa parte di un gasdotto enorme, un’opera che secondo i suoi sostenitori diventa sempre più strategica man mano che i rapporto con la Russia peggiorano, perché permetterebbe di evitare passando da sud il principale fornitore europeo di materie prime. Qual è lo stato dell’opera?

«Il Tap è solo il troncone finale di un mega gasdotto, il Corridoio Sud del Gas, che parte dalla capitale azera Baku e si sviluppa per 3.500 km. Attualmente sono in costruzione i tronconi Scp e Tanap, che partendo dall’Azerbaijan e attraversando la Georgia e la Turchia arriveranno fino in Grecia: qui i lavori, pur non essendo ancora stati completati, vanno avanti. Per quello che abbiamo potuto vedere con i nostri occhi negli scorsi mesi, invece, in Grecia e in Albania si è ancora ai lavori iniziali, mentre in Italia non è ancora stato fatto nulla. Finora in Puglia a maggio è stato aperto un cantiere per fare un po’ di scena perché altrimenti si sarebbero esauriti i permessi per realizzare l’opera, però di fatto in Italia non è stato compiuto alcun lavoro. Anche in Grecia e Albania, per quello che abbiamo potuto vedere, ci sono dei problemi, e questo vale soprattutto per la Grecia, dove le popolazioni locali si sono ritrovate a dover affrontare situazioni che non erano state concordate nella maniera adeguata con il governo e con le autorità locali».

Quali sviluppi si possono prevedere per lo scenario italiano?

«È molto difficile dirlo, non si capisce come andrà a finire questa storia. Come dicevamo prima, ogni Paese ha i suoi problemi e le sue storture, ma quella italiana sembra essere davvero la situazione più complessa, al punto che non si riesce nemmeno a capire se realmente i lavori prima o poi inizieranno sul serio e soprattutto se i vari permessi che sono stati dati, a volte anche scavalcando le autorità locali, poi rimarranno validi e permetteranno di avviare e realizzare il progetto».

Mettiamo da parte per un secondo le criticità di carattere etico e ambientale: questo gasdotto servirebbe davvero?

«Difficile dirlo senza considerare il quadro più ampio: si è sempre detto che per un’opera del genere la quantità di gas proveniente dall’Azerbaijan non era sufficiente per giustificare un simile investimento, perché parliamo comunque di un mega gasdotto da oltre 40 miliardi di dollari. Per questo motivo, è sempre esistito anche un nodo legato al Turkmenistan: l’idea è quella di realizzare un troncone in più e far passare il gasdotto attraverso il Caspio per raggiungere questo Paese, da cui ricevere altro gas. Il problema è che il Turkmenistan non sembra minimamente interessato a fornire il gas al consorzio che dovrebbe gestire il Corridoio Sud del Gas. Non dimentichiamo che il Turkmenistan è il Paese che ha la quarta riserva al mondo di gas, ma vista la sua posizione geografica può fare affari anche con altre realtà e sembra che al momento le sue intenzioni siano proprio quelle di guardare altrove. Il gioco è davvero complesso».

Ecco, riportiamo all’interno di questo gioco anche il nodo dei diritti umani in Azerbaijan, che non può essere ignorato. Possiamo definire questo Paese una dittatura?

«Diciamo che l’Azerbaijan è una democrazia di facciata, nel senso che ci si svolgono delle elezioni, ma poi l’Osce ci dice puntualmente che queste elezioni sono finte e truccate, e per questo va a finire che in quel Paese da oltre vent’anni comanda la famiglia Aliyev, di cui si è parlato di recente per la questione dei Panama Papers. Come raccontava l’avvocato e dissidente azero Rasul Jafarov, che è stato nostro ospite durante un incontro che abbiamo organizzato a fine novembre alla Federazione nazionale della Stampa, nel Paese ci sono 119 prigionieri politici e sembra che le cose stiano peggiorando. Addirittura, negli ultimi giorni un ragazzo, che aveva semplicemente scritto qualcosa sotto la statua di Heydar Aliyev, il padre della patria e padre dell’attuale presidente, è stato condannato a dieci anni di prigione con l’accusa fittizia di possesso di droga».

Il relativo benessere portato dall’esportazione di materie prime non ha mitigato la repressione?

«No, come dicevo sembra che la situazione stia peggiorando, anche perché l’Azerbaijan è sempre più dipendente dalle esportazioni di petrolio. Non dimentichiamo che è il Paese da cui noi importiamo più petrolio al mondo, e con il crollo del prezzo del petrolio si trova a vivere una crisi economica molto profonda: la moneta locale è stata già svalutata due volte e siamo prossimi alla terza svalutazione, mentre c’è un problema molto serio riguardante la spesa pubblica. Addirittura, e sembra un paradosso, negli ultimi mesi le bollette elettriche sono state raddoppiate. Insomma, è un Paese che sta vivendo una grossa difficoltà e questo ha tra le sue conseguenze una stretta ulteriore nei confronti dei dissidenti, degli oppositori politici e dei giornalisti».

Tra i giornalisti vittime della repressione rientra proprio la protagonista della vostra graphic novel, giusto?

«Esatto: nella nostra graphic novel raccontiamo in parallelo la storia del Tap e dei comitati pugliesi che vi si oppongono, ma soprattutto parliamo di Khadija Ismayilova, che è una giornalista investigativa che ben prima dei Panama Papers aveva svelato gli affari molto opachi della famiglia Aliyev, scoprendo per esempio che la principale miniera d’oro del Paese è in realtà riconducibile alla famiglia Aliyev, perché la proprietà fa capo a delle società off-shore a Panama che sono poi di proprietà delle figlie dell’attuale presidente. Ecco, lei ha denunciato questa situazione nel 2012 e poi la storia è stata del tutto confermata dalle carte della Mossack Fonseca pubblicate lo scorso marzo, i cosiddetti Panama Papers. Questo è il contesto da cui abbiamo deciso di partire perché la storia di Khadija è molto esemplificativa: lei aveva subito già delle minacce nel corso degli anni, poi nel 2014 è stata arrestata con accuse che sia Amnesty International sia Human Rights Watch ritengono del tutto inventate, poi nel 2015 è stata condannata a sei anni e mezzo di carcere, ma fortunatamente lo scorso marzo è stata liberata grazie alla forte pressione internazionale che c’è stata sull’Azerbaijan. Anche altri prigionieri politici, tra cui Rasul Jafarov, sono stati poi liberati, ma ciò non toglie che poi altri siano finiti in prigione negli ultimi mesi. Tutto questo viene spesso coperto da grandi eventi internazionali, come l’Eurovision o i Giochi Olimpici Europei del 2015, o ancora da quest’anno il Gran Premio di Formula Uno di Baku, che poi si terrà anche nel prossimo biennio. Insomma, la situazione è davvero grave e seria».

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