«Ieri sera, dopo aver visto la puntata di “Chi l’ha visto?”, mia madre mi ha chiamato tutta preoccupata: “ma per che razza di gente lavori”?». Sono queste le parole con cui mi ha accolto l’autista della cooperativa sociale «Il Piccolo Carro» che dalla stazione di Perugia mi ha condotto a Bastia Umbra, dove hanno sede gli uffici della cooperativa e i locali della chiesa evangelica pentecostale «A braccia aperte». Pietro Salerno e Cristina Aristei, marito e moglie, ne sono i pastori dal 2010, la cooperativa sociale invece esiste dal 1996, fu fondata quando i coniugi erano ancora cattolici. «Abbiamo sempre avuto fede in Dio, ma una conoscenza di Gesù così diretta risale a dieci anni fa», spiega Aristei, presidente della cooperativa. «Il Piccolo Carro nasce con lo scopo di fornire assistenza ai poveri e agli emarginati – prosegue il vicepresidente Salerno –, attraverso un esplicito riferimento cristiano: al Vangelo, a Gesù Cristo e visto il luogo in cui ci troviamo anche al francescanesimo. Noi privilegiamo l’uomo rispetto a qualsiasi interesse economico, personale e di potere. Solo con il tempo ci siamo specializzati nella sofferenza minorile, divenendo poco a poco un punto di riferimento nazionale».

In ventuno anni di attività sono passati dal Piccolo Carro 800 minori con alle spalle abusi, maltrattamenti, adozioni fallite, rifiuti famigliari; adolescenti da tutta Italia che i servizi sociali di diverse regioni hanno affidato a quella cooperativa alla luce della qualità del servizio offerto e della capacità di recupero dimostrate nei confronti dei casi più difficili. Oggi il Piccolo Carro conta cinque strutture (L’Isola che non c’è, La Casa di Pietro, La Tribù, La Ghianda e Silo) che insistono su tre comuni (Assisi, Perugia, Bastia Umbra), ottanta dipendenti e venti professionisti esterni. Una realtà in crescita e un fiore all’occhiello del sociale in Italia, cui però, nel corso degli anni, non sono mancate dure prove e momenti bui. Due in particolare le tragedie che hanno scosso la cronaca nazionale: la fuga di Daniela Sanjuan nel 2003, i cui resti sono stati ritrovati tre anni fa in un bosco nei pressi di Bettone; e la scomparsa, nel giugno di quest’anno, di un’altra utente della cooperativa, Sara Bosco, morta per overdose in un padiglione abbandonato dell’ospedale Forlanini di Roma.

Fatti, quest’ultimi, che hanno suscitato le giuste attenzioni degli inquirenti. Le perquisizioni che il 26 settembre scorso la Procura di Perugia ha disposto in tutte le strutture del Piccolo Carro e nelle abitazioni private dei coniugi Salerno non hanno riscontrato nulla di sospetto – «Tutti i verbali sono negativi: abusi, droghe, maltrattamenti, se non avessimo tutto in regola avremmo già chiuso, avevano i pullman pronti per portare via gli ospiti», racconta accorato il vicepresidente. A quarantotto ore da una perquisizione senza esiti, il Comune di Assisi ha adottato un «provvedimento di revoca autorizzazione» che in buona sostanza imputa al Piccolo Carro di aver svolto un’attività socio-sanitaria là dove sussiste solamente un’autorizzazione socio-educativa. Un’accusa che i coniugi Salerno respingono su tutti i fronti: «primo perché da noi i ragazzi smettono di assumere psicofarmaci, siamo noti e apprezzati per questo; secondo perché laddove si decida di proseguire la terapia medica, lo si fa su esplicita indicazione dell’ente che ci invia il minore e la sua storia clinica; il problema serio è che nel nostro paese non esiste una normativa per i minori in età evolutiva che possa vantare il titolo di sanitaria; alla pari di altre comunità anche noi lavoriamo all’interno di un vuoto giuridico di cui non abbiamo colpa. Ecco perché la revoca del comune porta a suo sostegno altre considerazioni, tra i quali la nostra attività di chiesa».

Già, la chiesa. Perché tra le motivazioni a sostegno della revoca, il comune di Assisi annovera, citiamo testualmente, «la compresenza, pervasiva e trasversale alla vita della comunità, di una Chiesa Cristiana Evangelica Indipendente (di fatto non sottoposta ad alcun controllo esterno)». Secondo l’avvocata Ilaria Valenzi, consulente giuridico della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), quest’ultima formulazione sarebbe a prescindere irricevibile: «L’idea che un comune, nell’atto di revocare un’autorizzazione da lui stesso concessa, possa alludere a una sorta di “aggravante religiosa”, costituisce un inquietante precedente giuridico e fornisce la misura dell’urgenza del tema della libertà religiosa nel nostro paese. Com’è noto – prosegue Valenzi – in Italia i servizi sociali sono spesso legati a chiese o opere religiose. Vale per i cattolici, vale per noi valdesi, la cui storia è costellata di chiese impegnate in opere sociali come forma di servizio che va ben oltre la comunità, perché non dovrebbe valere per una chiesa pentecostale? A quali “controlli esterni” sull’attività di culto allude dunque il documento, e su quali basi giuridiche si permette di farlo?». Anche per quanto concerne l’eventuale prosecuzione in comunità delle terapie prescritte dai presidi sanitari di provenienza, Valenzi sottolinea la complessità della materia: «vi sono senza dubbio delle lacune di disciplina che riguardano i rapporti tra legislazione statale e  regionale. A ricordarlo, d’altronde, è lo stesso Presidente del Coordinamento Nazionale Comunità per Minorenni (Cncm), Giovanni Fulvi, che il 20 novembre scorso ha inviato una lettera di solidarietà al Piccolo Carro, denunciando, cito, “l’attacco mediatico e giudiziario che sta subendo su una tematica che non riguarda solo questa struttura ma decine di comunità di accoglienza sul territorio nazionale”. A mio giudizio, la malevola allusione alla chiesa di cui i due psicologi sono pastori – una realtà demonizzata in quanto pentecostale e dunque, presumo, poco conosciuta da chi ha redatto e firmato il documento – cerca di compensare la mancanza di normativa che si presume violata».

In effetti, come emerge dai numerosi articoli usciti negli ultimi mesi (per rendersene conto basta digitare «Piccolo Carro» su google), l’«aggravante religiosa» individuata da Valenzi non nasce sulle carte giuridiche bensì nei media. Nel sopracitato servizio che «Chi l’ha visto?» ha mandato in onda il 14 dicembre scorso, la personalità, indubbiamente poliedrica e carismatica, del vicepresidente Salerno – che è psicologo, musicista e «persino pastore», un aggettivo che i giornali amano riportare denigrato tra virgolette – è intenzionalmente deformata fino all’eccentrico; al contempo, il battesimo per immersione – somministrato in molte chiese protestanti anche europee nonché nella chiesa ortodossa – viene presentato alla stregua di un rito tenenbroso, facendo leva sulle fogge delle toghe pastorali e sulla strumentistica che sul palco accompagna i momenti di lode (l’effetto è d’impatto perché, nonostante siano numericamente in crescita, le attività di culto di stampo pentecostale rimangono sostanzialmente sconosciute al grande pubblico italiano).

«Quel servizio sintetizza molto bene come ci vedono dall’esterno: una sorta di setta psichica», scuote la testa Cristina Aristei. «Leggendo tra le righe di questo linguaggio insinuativo – completa Salerno – ci si convince che io e mia moglie abbiamo delle intenzioni rispetto al pensiero logico dei nostri ospiti, in sostanza li soggiogheremmo, ovviamente con l’aiuto degli psicofarmaci che siamo accusati di utilizzare senza autorizzazione. Così il cerchio si chiude». «Dopo la scomparsa di Sara – prosegue sulla stessa linea il marito – per “Chi l’ha visto?” e per buona parte dei giornali italiani noi siamo diventati dei mostri. Un giornalista che si occupa del tema dovrebbe però sapere quanti sono i casi di fuga dalle comunità, dovrebbe contestualizzare, chi fa il nostro lavoro su casi così difficili sa di mettere in conto anche questo rischio. Ciò non rende meno tragico l’accaduto, ma nessuno ci ha mai chiesto cosa abbiano significato per noi, che ai nostri ospiti dedichiamo la nostra vita, le perdite di Daniela e Sara. I giornalisti cercano lo scoop: in un piatto fatto di sofferenza minorile, il religioso e i soldi sono due ottimi ingredienti per condire il tutto».

Nella mattinata trascorsa insieme, i coniugi Salerno hanno messo a mia disposizione tutte le carte che avessi curiosità di vedere. Le revoche dei comuni di Assisi e Perugia, la diffida del comune di Bettona, il ricorso del Piccolo Carro al Tar dell’Umbria, che in data 10 ottobre ha sospeso i provvedimenti impugnati – «altrimenti avremmo già chiuso, ma se un tribunale ci dà ragione “Chi l’ha visto?” non lo riporta» – e poi le lettere, alcune commoventi, dei servizi sociali, delle famiglie, degli ex utenti, i questionari di gradimento dei ragazzi in uscita, materiali che mi è stato chiesto di non divulgare ma che restituiscono l’immagine di un luogo in cui per vent’anni è passata tanta sofferenza ma anche tanta vita umana. Quando ho chiesto perché queste testimonianze non avessero avuto fiato mi è stato risposto che le famiglie che hanno contattato “Chi l’ha visto?” per poter dare una versione alternativa non sono state considerate, ma soprattutto mi è stato fatto osservare come tutto, al Piccolo Carro, abbia bisogno di protezione, come non sia giusto utilizzare a scopi difensivi le parole di chi ti è grato: «il pudore verso la sofferenza degli altri ha sempre contraddistinto il nostro lavoro, e andremo avanti così», taglia corto Aristei. Su mia richiesta, contravvenendo per fiducia a questo riserbo, i coniugi Salerno mi hanno però portato in località Ripa, a «L’Isola che non c’è», un meraviglioso cascinale del 1600 ristrutturato e dotato di campo da calcio e maneggio. Lì vivono e mi hanno accolto una decina di ragazzi dell’attuale comunità: volti amichevoli, piccole donne e piccoli uomini in cammino, visibilmente portatori di storie pesanti, di paure e incubi, ma anche di sorrisi e di grandi speranze. Il più maturo degli ospiti mi ha mostrato le stanze, ognuna di colore diverso – «sul mio letto c’è un gagliardetto della Lazio ma non è mio, io sono della Roma» – ha parlato dei tre anni in uno che sta facendo a scuola, di quanto sia diversa questa comunità rispetto a quella da cui viene – «le possibilità che ti offrono qui non le trovi da nessun’altra parte» – infine, di sfuggita, ha accennato a quanto sia importante per lui andare al culto del pastore Pietro. Avrei approfondito, ma dalle cucine sono usciti i cuochi con abbondanti e profumate portate, mi sono seduto a tavola e per un po’ ho dimenticato il perché mi trovavo in Umbria.

Tornando in pianura, ho chiesto al pastore (senza virgolette) Salerno quanti ospiti della comunità frequentino la sua chiesa. «Non tutti, ed essendo minori facciamo firmare l’autorizzazione ai genitori o ai servizi competenti. Abbiamo ragazzi musulmani che vanno dall’Imam, ragazzi che la notte di Natale ci chiedono di andare in chiesa cattolica, e noi ce li portiamo. Si chiama libertà religiosa». «Siamo stati noi ad aprire la chiesa ai nostri ragazzi – gli fa eco la moglie. I pastori prima di noi non volevano che i ragazzi venissero al culto, perché si distraggono, ridono, chiacchierano… sono ragazzi. Adesso chi vuole vi partecipa, insieme ad altri membri di chiesa che non hanno a che fare con la cooperativa». «Il nostro lavoro – chiosa Salerno – non è legato alla chiesa pentecostale, perché nemmeno eravamo evangelici quando è nato il Piccolo Carro. Il nostro spirito è sempre stato cristiano ma il nostro lavoro è sempre stato cooperativistico: da noi assumiamo chi è bravo, indipendentemente dal credo religioso, politico, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale. Non abbiamo mai fatto differenze, perché abbiamo sempre ritenuto che il contesto cooperativistico servisse per unire le persone e non per dividerle».

E per quanto riguarda i finanziamenti? Proseguo, imperterrito, alludendo al comodo suv in cui mi trovo seduto. «Questo è il mantra favorito di alcuni politici locali: che accusano le nostre macchine, ma non sanno che facciamo 384.000 chilometri l’anno per portare i ragazzi, non sanno che sono affittate, ignorano che le paghiamo perché abbiamo bisogno di veicoli spaziosi, che non abbiano problemi d’inverno sulle sterrate». «Quest’accusa del lusso è quella che mi fa più rabbia – interviene Aristei – perché in Italia il sociale non può ambire alla qualità. Il Piccolo Carro si finanzia con licitazione privata. Noi non sigliamo convenzioni, ma accordi ad hoc per ogni singolo utente. La retta che richiediamo ai servizi sociali cambia da caso a caso, a volte viene ridotta nel corso del lavoro. A fronte di quell’entrata mettiamo a disposizione strutture adeguate a più di trenta ospiti, i soldi che riceviamo per ogni ragazzo vengono ben distribuiti in una compagine sociale dove tutti i dipendenti sono a contratto collettivo nazionale. È così che si comporta chi fa impresa sociale seria, ed è soltanto così che si genera qualità per gli utenti. Se ci mandano casi difficili da tutta Italia ci sarà un motivo? A sentire certi politici sembra che sia un demerito, addirittura un’ipocrisia per chi si professa cristiano».

In quanto membro della Chiesa evangelica internazionale, la chiesa dei pastori Salerno afferisce alla Federazione delle chiese pentecostali, organizzazione che a sua volta è «osservatore» della Fcei. Per questo, qualche giorno prima della mia visita, si era recata a Bastia Umbra una delegazione della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (Ccers). Secondo il pastore battista Luca Maria Negro, presidente Ccers e Fcei, la parabola di popolarità del Piccolo Carro si presta a più di una considerazione sul nostro paese: «Non è certo nostro compito entrare nelle vicende giuridiche, né parteggiare acriticamente per sorelle e fratelli che si occupano di tematiche che ci stanno a cuore. Una delle ragioni d’essere sia della Fcei che della Ccers è però la difesa della libertà religiosa, che la storia ci insegna essere per tutti o per nessuno. Da questo preciso punto di vista, la distanza oserei dire siderale che separa l’immagine del Piccolo Carro fruibile sulla stampa dalla realtà concreta che ho avuto occasione di visitare, ritengo sia da imputare anche alla diseducazione che affligge il nostro paese in materia di pluralismo e diversità religiosa. Quante sono le opere sociali del mondo cattolico che confinano con la vita di una chiesa? E per quale ragione dovremmo temere che altre confessioni operino nello stesso modo, senza nascondere la propria motivazione cristiana, consentendo, su base volontaria, ai propri accuditi di prendere parte alla vita comunitaria? L’assenza di queste domande di fondo dagli articoli e dai servizi che in questi mesi hanno raccontato il Piccolo Carro, combinata alla bassa qualità del dibattito pubblico che da questi ha preso le mosse, non sono un problema dei pastori della chiesa pentecostale “A braccia aperte”; sono problemi che riguardano tutti coloro che in Italia difendono la libertà di coscienza e di culto».

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