Romania, no alla prima donna premier musulmana

Incertezze e tattiche politiche bloccano, per ora, la candidatura dell’economista tatara Sevil Shhaideh

Non è ancora tempo per una donna musulmana alla guida di un governo in Europa. Il presidente della Romania Klaus Johannis ha infatti dichiarato di non accettare la candidatura di Sevil Shhaiddeh «dopo aver valutato attentamente i pro e i contro». Pare anche di poter affermare che non sono né questioni di genere né religiose a dettare tale scelta, quanto piuttosto opportunità politiche tutte interne al dibattito romeno. Il nome della Shhaiddeh, 52 economista di origini turche per parte di padre, e tatare di Crimea per parte di madre, era infatti emerso dopo una serie di scandali che hanno portato prima alla caduta del governo di Victor Ponta e quindi all’incandidabilità di Liviu Dragnea, leader del partito socialdemocratico e fresco vincitore delle elezioni meno partecipate della storia (39% di affluenza).

Sul capo di Dragnea incombe infatti una condanna a due anni per frode elettorale,  anche se al momento la pena è sospesa; troppo elevato è però il rischio di un inciampo giudiziario che pare oramai prossimo. Da qui la scelta di Johannis di non accettare il suo nome. E’ iniziata quindi una girandola di candidature, e quella di Sevil Shhaiddeh ha preso rapidamente quota, anche se per logiche di realpolitik altrettanto rapidamente ha perso spinta propulsiva. Da un lato pesa la non lunga esperienza politica della donna, neofita o quasi del parlamento, seppur con una lunga esperienza all’interno della macchina pubblica. Una nazione che è scossa da ripetute inchieste giudiziarie ed è alle prese con una economia che cresce ma i cui capitali sono in mano a grandi gruppi internazionali, mentre i salari, le infrastrutture e la sanità fanno registrare i peggiori tassi dell’Unione europea. Quasi ovvia la volontà di individuare una figura carismatica e al tempo stesso pragmatica, per tranquillizzare elettorato e partner globali. Una ricerca però per nulla semplice.

Oltre a ciò pesa indubbiamente il rischio di non veder rappresentanti di fede ortodossa ricoprire i ruoli apicali dello Stato. Ortodossa è oltre l’80% della popolazione e il peso, anche politico, si sente eccome. Johannis fa parte della minoranza tedesca luterana di Transilvania (1% circa della popolazione), e Shhaideh rappresenta un altro 1%, questa volta della comunità musulmana. Il rischio di un fuoco incrociato di critiche da parte dei vertici della chiesa e del mondo politico hanno spinto il presidente a rifiutare il nome della donna.

Oltre a ciò ha giocato un ruolo centrale anche la figura del marito di Shhaideh, uomo d’affari siriano molto legato a Bashar al-Assad. Aspetto quest’ultimo che aveva già scatenato le opposizioni, ricordando la partecipazione della Romania alla Nato e quindi ventilando il rischio di fuga di notizie su dinamiche di sicurezza e difesa del continente e non solo.

Il presidente, secondo la Costituzione, non può rifiutare più di due candidature, pena il ritorno alle urne. Eventualità che tutti vorrebbero scongiurare perché il paese si ritroverebbe di nuovo bloccato in una campagna elettorale. La crisi pare alle porte, ecco perché il nome della Shhaideh potrebbe rappresentare comunque più di un’ancora di salvataggio.

Immagine: via Flickr

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