Anche la Chiesa episcopale colpita dalle politiche di Trump sull’immigrazione

L’Episcopal Migration Ministries, una delle nove agenzie di ricollocamento dei rifugiati riconosciute dal governo, costretta a ridimensionarsi

Fonte: ENS, Episcopal news service

Le nuove politiche sull’immigrazione avviate negli Stati Uniti dal presidente Trump hanno subito suscitato le proteste delle associazioni cristiane impegnate nel sostegno ai rifugiati (ne avevamo parlato qui).

Tra i primi effetti, la riduzione dei finanziamenti destinati a queste associazioni, e la conseguente necessità di ridurre l’organico (alla fine di febbraio avevamo parlato di World Relief).

Ora giunge la notizia che l’Emm (Episcopal Migration Ministries), il servizio per i rifugiati della Chiesa episcopale, dal prossimo ottobre dovrà ridurre la sua rete di affiliati da 31 a 25, a causa del previsto dimezzamento dei rifugiati ammessi annualmente (da 110.000 a 50.000).

L’azione di sostegno ai rifugiati della Chiesa episcopale ha una lunga storia. Cominciata a fine Ottocento, negli anni bui del nazismo si consolida con la creazione del primo ministero per il ricollocamento di profughi dall’Europa centrale, ebrei e non solo. Dal 1988 l’Emm e i suoi partner hanno aiutato più di 50.000 persone a integrarsi nel paese.

Lo scorso anno Emm ha accolto 5762 rifugiati provenienti da 35 paesi, tra cui Repubblica democratica del Congo, Birmania, Afghanistan e Siria. Dall’ottobre 2016 ne ha già accolti 2766 dei 6175 che erano stati previsti prima della decisione di Trump.

Ora questa storia più che centenaria prenderà una piega diversa.

Sei organizzazioni non faranno più parte del network Emm: i Lutheran Social Service della Florida nord orientale (a Jacksonville) e del North Dakota (a Fargo e Grand Forks) i centri della Ascentria Care Alliance nel New Hampshire (a Concord) e Massachusetts (Westfield), e il Refugee One di Chicago (Illinois).

Si tratta di una mossa strategica, per quanto dolorosa, ha detto il direttore di Emm, rev. E. Mark Stevenson: «È terribile, ma speriamo e preghiamo di avere preso la decisione giusta per il bene comune e soprattutto dei rifugiati, che sono la nostra prima preoccupazione».

Oltre a Emm e World Relief, le sole sette agenzie attraverso cui i rifugiati possono entrare negli Usa, definite dalla legge federale, sono il Church World Service, l’Ethiopian Community Development Council, Hias (già Hebrew Immigrant Aid Society), l’International Rescue Committee, il Lutheran Immigration and Refugee Service, U.S. Committee for Refugees and Immigrants, U.S. Conference of Catholic Bishops’ Migration and Refugee Services.

Tutte, ha dichiarato Stevenson, stanno cercando di rispondere alla riduzione dei fondi governativi modificando le loro strutture, ottimizzando gli ambiti d’azione (ad esempio individuando le comunità che possano accogliere i loro compatrioti, tenendo conto delle nazionalità dei futuri rifugiati, al fine di offrire loro migliori opportunità d’inserimento).

La riduzione dei finanziamenti avrà ripercussioni pesanti sui bilanci delle agenzie, che avevano previsto budget ben diversi. Gli effetti saranno particolarmente drastici per l’Emm, i cui fondi provengono al 95,5% dal governo federale e solo in piccola parte dalla Chiesa episcopale; quest’ultima ha però stanziato 500.000 dollari per sostenere l’Emm nel 2017, ed è già partita una campagna di fundraising.

Senza contare che queste riduzioni, commenta Stevenson, avranno ripercussioni anche sull’«indotto» creato dall’accoglienza dei migranti: a essere colpite, professionisti come insegnanti di lingua, medici, assistenti sociali, ma anche i proprietari di case e appartamenti affittati ai rifugiati…

Immagine: via Flickr

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