S’intitola Il cambiamento del panorama religioso globale l’ultimo rapporto dell’Istituto statunitense di ricerche demografiche (Pew Research Center) diffuso lo scorso 5 aprile (il testo si può scaricare qui.

Fra i molti dati presentati dall’istituto, che si occupa di studiare le interazioni fra politica e religione nel mondo, quello che ha subito fatto il giro del globo, contribuendo a turbare animi già allarmati dai recenti attacchi terroristici, è che entro 15-20 anni i bambini musulmani, che già oggi rappresentano un terzo del totale, saranno più numerosi di quelli cristiani (225 milioni contro 224). Ovviamente facendo riferimento alla religione dei genitori, specifica il rapporto, ma anche cercando di tenere conto dei possibili cambiamenti di appartenenza religiosa nel corso della vita. Cambiamenti molto comuni in paesi come gli Stati Uniti e in religioni come il cristianesimo, assai meno in altri contesti, specificamente quello musulmano.

Attualmente i musulmani rappresentano circa il 24% della popolazione mondiale, contro il 31% dei cristiani, che si confermano il gruppo religioso più consistente, seguiti dagli “areligiosi” al 16%, gli indù al 15, i buddisti al 7 e gli ebrei fermi allo 0,2%. Ma intorno al 2060 le due più grandi religioni al mondo dovrebbero eguagliarsi ed entro il 2070 l’islam dovrebbe diventare la più numerosa, per lo meno stando alle previsioni.

Ma niente panico: nessuna invasione o crociata si profila all’orizzonte, piuttosto sarà il risultato delle leggi della statistica e della demografia: in particolare gli alti tassi di fertilità nei paesi islamici da un lato e l’invecchiamento della popolazione “occidentale” (europea e nordamericana) dall’altro.

Mentre quest’ultima continua a diminuire, perché il numero di decessi supera ormai quello delle nascite (in paesi come la Germania, tra il 2010 e il 2015 ci sono state 1,4 milioni di morti in più rispetto alle nascite, ma questo vale per la maggior parte dell’Europa), in aree come l’Africa subsahariana, con una popolazione più giovane e una media di 2,9 figli a donna, la popolazione aumenta.

Un altro dato interessante è la differenza fra praticanti e coloro che non appartengono ad alcuna religione (definiti “unaffiliated”, includendo anche atei e agnostici), i primi più propensi ad avere figli rispetto ai secondi.

Attualmente questi costituiscono il 16% della popolazione mondiale (e il 10% dei bambini), di cui tre quarti viventi in Asia e Pacifico, ma lo studio del Pew Research Center prevede che il basso tasso di natalità fra le persone “areligiose” le porterà a una diminuzione in percentuale, pur crescendo in termini numerici soprattutto in Europa e Nord America, ma anche in Cina e Giappone.

Al di là di facili quanto irrazionali allarmismi, il dato certo, peraltro abbastanza prevedibile, è che il cambiamento demografico dei prossimi 3-4 lustri porterà a una modifica sostanziale del panorama religioso mondiale.

Un cambiamento che peraltro stiamo già vedendo nelle chiese protestanti italiane, con la presenza di persone provenienti da altri paesi, soprattutto africani. Al dato del “sorpasso” da parte dei nati musulmani se ne aggiunge infatti un altro assai interessante: secondo le previsioni del Pew, entro il 2060 il 40% dei cristiani vivrà in Africa, rispetto all’attuale 26%.

Questo aumento dovrebbe riguardare anche la composizione del panorama musulmano: nel 2060 il 27% dovrebbe essere nell’Africa sub-sahariana (contro l’attuale 16%), il 50% nell’Asia-Pacifico (contro il 61%) e rimanere più o meno stabile al 20% in Medio Oriente-nord Africa. Proporzioni che suggeriscono un’idea di islam un po’ diversa da quella cui siamo abituati.

Immagine: via Pixabay

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