Mentre la bolla di accuse verso le organizzazioni umanitarie che portano soccorso ai migranti nel Mediterraneo perde forza, sgonfiata dalla mancanza di prove e dai passi indietro di alcuni accusatori, nelle acque tra la Libia e l’Italia si continua a morire.

Il bilancio delle ultime settimane parla di almeno 200 persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa e di migliaia di salvataggi in mare, portati avanti dalla Guardia Costiera italiana insieme alle ong presenti nell’area. Si tratta di realtà molto diverse tra loro, da quelle più grandi e famose, come Save the Children, fino a privati cittadini che hanno deciso di impegnarsi in questa impresa. In quest’ultima categoria rientra la fondazione maltese Moas, che fu la prima realtà interamente privata ad attivarsi nel Mediterraneo. «Ho fondato Moas – racconta Regina Catambrone – insieme a mio marito, nel 2014. Tutto nasce l’anno prima, quando, durante una vacanza tra Lampedusa e la Tunisia, la nostra attenzione è andata tra le onde del mare, dove ci è capitato di vedere un simbolo della tragedia delle migrazioni che si stava attuando sotto i nostri occhi: era la giacca di una persona che probabilmente non ce l’aveva fatta.

Tutto partì da questo semplice capo di abbigliamento, che però, seppur semplice, rappresentava per noi un qualcosa di funesto, perché ci segnalava la morte alle porte dell’Europa. Sempre lì, da Lampedusa, Papa Francesco stava lanciando in quei giorni l’appello a non globalizzarci nell’indifferenza di fronte a queste morti e di mettere i nostri talenti a disposizione dei nostri fratelli».

Tra le intenzioni e la messa in pratica che cos’è successo?

«Ecco, noi a quel punto avevamo iniziato a cercare di capire cosa potevamo fare. Visto che le persone stavano morendo in mare abbiamo capito che avevamo bisogno di una nave.

Il 3 ottobre la strage di Lampedusa ci colpì moltissimo. Subito dopo quella tragedia, il governo italiano diede il via alla missione Mare Nostrum, e allo stesso tempo noi iniziammo a mettere insieme un’organizzazione, il Moas, Migrants Offshore Aid Station, una fondazione registrata non solamente a Malta ma anche in Italia e in Germania, proprio per metterci in prima linea per salvare i nostri fratelli. La nostra idea era di essere una specie di ambulanza del mare che potesse dare un primo soccorso, una prima assistenza, per non far morire queste persone dimenticate dal mondo, non farle affogare, aiutarle andando loro incontro».

Come si svolge una normale giornata di Moas in mare?

«Noi partiamo dal porto e, sin dal momento della partenza, avvisiamo le guardie costiere che stiamo partendo e che saremo operativi nella zona di ricerca e soccorso. Possiamo essere attivi o passivi, nel senso che se noi, tramite i cannocchiali, i radar o l’aereo, riusciamo a vedere qualcosa, subito lo comunichiamo alla guardia costiera, oppure molto spesso riceviamo delle chiamate dalla stessa guardia costiera italiana che ci dice di andare a controllare determinate aree, nelle quali ci sono segnalazioni. Spesso queste chiamate finiscono con un salvataggio, però alcune volte, quando non si arriva in tempo si trovano anche persone in mare, e se queste persone non hanno dei giubbotti di salvataggio il loro destino è a rischio. A bordo con noi in questi anni ci sono stati diversi partner che si sono susseguiti nel post-soccorso, come la Croce Rossa, Medici senza frontiere e per qualche mese Emergency».

Le ultime settimane sono state caratterizzate da moltissime partenze dalla Libia e da un grande numero di sbarchi e salvataggi. Con questi numeri, aumentano anche le difficoltà?

«Sia a Pasqua, sia la scorsa settimana, quando abbiamo compiuto un salvataggio plurimo, è stata dura. Però non eravamo l’unica ong, c’era anche la nave di Medici senza frontiere e la nave Iuventa: abbiamo cooperato tutti insieme in un salvataggio di tre natanti, un gommone e due barche di legno, siamo riusciti a salvare oltre 394 persone. Purtroppo abbiamo anche trovato il cadavere di un ragazzo che ha perso la vita: i trafficanti gli hanno sparato perché non aveva voluto dare loro un cappellino o non se l’era voluto togliere, noi l’abbiamo trovato e abbiamo ascoltato la storia dei ragazzi che ce l’hanno raccontata perché quando siamo arrivati lui era già morto, lì nel gommone».

Quando si sentono storie come questa si percepisce un azzeramento del valore della vita umana?

«Sicuramente, però in questo stesso salvataggio abbiamo avuto anche delle belle storie, abbiamo salvato diversi bambini con delle famiglie. Per esempio, abbiamo recuperato una famiglia siriana, una mamma, un papà e una piccolina che aveva solo due mesi. Loro sono siriani, ma la bambina è nata a Zuwarah, in Libia. Sia il papà sia la mamma sono due avvocati e ci hanno raccontato che sono scappati in questo modo perché in Siria non riuscivano più a stare, avevano cercato di venire attraverso altri canali ma non c’erano riusciti e quindi alla fine loro stessi si erano messi in mano a dei trafficanti. Per loro fortuna, in questo momento i siriani sono considerati dei migranti di prima classe.

Questa storia cozza con quella di una ragazza del Cameroun, che ci ha raccontato che lei dal era andata in Niger, era stata un paio di anni lì con un’amica e la sorella, ma poi era rimasta incinta, il compagno voleva che lei abortisse, ma lei, essendo cristiana, non voleva farlo, allora purtroppo ha subito anche delle violenze, è scappata, è arrivata in Libia e ha partorito dentro un centro di detenzione, da sola. Ci ha raccontato che ha sanguinato per diverse settimane, ha dovuto tagliare il cordone ombelicale lei stessa alla figlia e non è stata assistita da nessun dottore. Ecco, pur essendo nate a pochi chilometri di distanza, queste due bambine rappresentano due vicende lontanissime».

Sono storie come queste che vi spingono a continuare con la vostra attività?

«Sì. Quello che mi fa male di tutte queste accuse e di tutte queste situazioni che si sono sentite è venire accusati di essere trafficanti di persone, perché si sta cercando di criminalizzare la solidarietà e la misericordia. Vorrei richiamare l’attenzione sulle parole di quella che è il mio padre spirituale, Papa Francesco: il 20 novembre scorso al Vaticano è stata chiusa la porta santa, però il Papa in quell’occasione disse che la misericordia doveva rimanere spalancata in tutti i nostri cuori, quindi noi stessi eravamo tante porte della misericordia. In questi giorni la mia domanda è proprio questa: dov’è questa misericordia per queste persone?»

Il momento fondativo di Moas coincide con il momento in cui la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia decise di tentare una strada per aprire canali migratori legali, i corridoi umanitari che finora hanno portato in Italia 800 persone dal Libano. I numeri sono piccoli rispetto a quelli delle traversate sulla rotta mediterranea, però lei non crede che l’unica risposta possibile sia quella dei canali legali e sicuri?

«Assolutamente sì. Proprio per questo, quando tutto questo iniziò, contattammo la comunità di Sant’Egidio per capire meglio come funzionassero questi canali umanitari. Siamo stati ricevuti e abbiamo dialogato con loro e abbiamo cercato di capire come ricrearli proprio dalla Libia. Ci siamo organizzati, abbiamo cercato con l’Unhcr di trovare delle persone in Libia, abbiamo già fatto uno scrutinio di alcune di loro e stiamo cercando di capire come procedere. Crediamo che i corridoi umanitari siano un principio altissimo, che ha però bisogno di funzionare insieme al resettlement e alla relocation che potrebbero essere più fluidi, per fare in modo che le persone, una volta arrivate sul territorio, non siano stagnanti ma possano essere integrate. Alle istituzioni chiediamo sempre che si incentivino questi percorsi».

Invece nelle ultime settimane la risposta di alcune persone in seno alle istituzioni è stata quella di accusare le ong di essere collusi con i trafficanti di esseri umani. Tutto questo potrebbe spingervi a fare un passo indietro?

«No. Noi siamo in mare, io ci sono stata per 20 giorni e adesso per alcuni impegni già presi, non posso tornarci, ma il mio cuore è sempre in mare con chi sta lì. Come si può negare l’abbraccio al fratello, l’aiuto al fratello quando vedi che sta male e sta annegando, oppure è bruciato, o intossicato? Non è possibile, non possiamo girarci dall’altra parte e non possiamo tornare sui nostri passi. Credo che tutte le organizzazioni umanitarie non demorderanno. Spero che invece di creare una politica di paura, di terrore mediatico, la narrativa possa essere cambiata e si possa andare insieme a capire cosa sta accadendo, ci possa essere più dialogo tra le organizzazioni umanitarie e le istituzioni. Però quello a cui faccio appello non è un dialogo mediatico, ma effettivo».

Immagine di Jason Florio, tuti i diritti riservati

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