Marisa de Freitas Ferreira, attuale vescova della Regione missionaria del Nordest, è stata nel 2001 la prima donna eletta all’episcopato nella Chiesa metodista nel Brasile e la terza in America latina, dopo la messicana Graciela Alvarez Delgado, nel 1994, e l’argentina Nelly Ritchie nello stesso 2001.

Come giunge il metodismo in Brasile e qual è oggi la sua consistenza nel paese?

Il metodismo arriva in Brasile nel 1867, quando il pastore Junius Newman sbarca a Rio de Janeiro inviato dalla Chiesa metodista del Sud degli Stati Uniti, che era molto conservatrice (perfino schiavista), ma animata da grande passione per l’evangelizzazione. La qualità dell’educazione cristiana e i chiari valori morali ne hanno favorito la diffusione, così oggi la Chiesa metodista nel Brasile è presente in tutti gli Stati, conta 260.000 membri, con una crescita del 20 per cento nell’ultimo lustro, mentre secondo il censimento del 2010 i metodisti, contando pure altre denominazioni di radice wesleyana, erano 340.000.

Come sono i rapporti della Chiesa brasiliana con le altre comunità metodiste?

Siamo in comunione con quelle d’Europa e Stati Uniti, dove abbiamo inviato missionari e missionarie. Siamo membri della Chiesa metodista unita e l’attuale presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche metodiste d’America latina e Caraibi è il vescovo brasiliano João Carlos Lopes, mentre a dirigere la Confederazione delle donne metodiste d’America latina e Caraibi è Leila de Jesús Barbosa e il vescovo Paulo Tarso de Oliveira Lockmann è vicepresidente del Consiglio metodista mondiale, dopo averlo presieduto fino al 2016.

L’ordinazione di donne vescovo ha creato tensioni nella Chiesa brasiliana?

Io sono stata la prima e solo nel 2016 è stata ordinata la seconda, Hideide Gomes de Brito Torres, vescova dell’VIII regione ecclesiastica (Distretto federale e Stati di Mato Grosso, Goias e Tocantins). La mia elezione è stata frutto di anni di impegno di tante persone consapevoli che l’assenza di donne nel governo ecclesiastico mostrava la mancata considerazione della loro capacità e del loro diritto di esercitare il potere nella Chiesa. Dio aveva già chiamato donne all'episcopato, ma le autorità della Chiesa non lo avevano ascoltato.

Dopo ci sono stati 14 anni di silenzio: per quanti non sono d'accordo che uomini e donne siano uguali davanti a Dio bastava una donna nell'episcopato. Nella nostra cultura persiste l’opinione errata secondo cui gli uomini sono più capaci, completi, leader divinamente scelti per le funzioni principali, mentre le donne possono solo dare una mano. E la Chiesa non vede che questa è una falsità sul piano biblico e un peccato contro il Creatore e la creatura.

Come si colloca tutto ciò nel dibattito sul ruolo delle donne nella Chiesa?

La supremazia maschile regna ancora nel mondo metodista del Brasile. Quando una donna rivendica un diritto è subito etichettata come "femminista", una parola associata a peccaminosità. Si usano anche testi biblici per demonizzare le donne “ribelli”.

Oggi pure in ambito metodista alcune donne con ruoli di leadership sostengono che si svolge attività pastorale solo col marito (essendo lui il titolare e la moglie aiutante) e la donna è completa solo se sposata (perciò nubili, divorziate o vedove non hanno diritto di esercitare le funzioni di parroca o vescova). Pesa poi l’influenza dei movimenti neopentecostali, i quali ripropongono lo stereotipo della donna che attende il principe azzurro per sposarsi e vivere felice per sempre. Il suo ruolo è quello di “regina del focolare”, non per valorizzare il lavoro domestico, ma per escluderla dalla sfera pubblica, dato che il capofamiglia maschio controlla i soldi e prende le decisioni. Ciò rende la comprensione della donna-uomo come immagine e somiglianza di Dio ancora più difficile. E a maggior ragione nella prospettiva di John Wesley: immagine politica, immagine morale, immagine naturale come reale immagine e somiglianza di Dio. Ma non ci arrendiamo, perché camminiamo nel Signore.

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