«Il vino era congelato, lo tagliavamo a fette»

Storia di un radiotelegrafista nella ritirata di Russia

Scrivere oggi sulla ritirata di Russia del dicembre 1942 – gennaio 1943 non è scontato.

Per svariati motivi questa pagina della storia del Regio esercito italiano, al tempo stesso tragica ed eroica, è molto complessa e delicata da affrontare. Ancora oggi a distanza di oltre settant’anni. A scriverne sono stati in molti, molti i diari, alcuni dei quali hanno avuto anche un buon successo editoriale. Ricordiamo Giulio Bedeschi con «Centomila gavette di ghiaccio» e la grande difficoltà a trovare un editore che volesse stamparlo, ma soprattutto «Il Sergente della neve» di Mario Rigoni Stern e le numerose opere di Nuto Revelli. Tutti militari che avevano vissuto in prima persona i giorni tragici attorno al Natale del ’42. Federico Jahier per ovvi motivi anagrafici la ritirata non l’ha mai fatta. Ha però «provato» attraverso la voce di suo zio Silvio il freddo di quei giorni tragici, dove fermarsi un secondo nella steppa voleva dire addormentarsi per sempre, dove il nemico non era più così chiaramente definito e dove in un isba potevi trovare soldati russi, tedeschi, ungheresi e italiani a cercare riparo e tregua dal freddo. Jahier ha deciso di fermare le parole dello zio, radiotelegrafista inviato sul Don nell’estate del 1942, in un libro (*) che racconta qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo letto fino a oggi sull’argomento. Perché accanto ai racconti dello zio Jahier ci mette del suo, prova a completare il mosaico di quei giorni, in cui il caos ha regnato sovrano su un mare di uomini (o meglio ragazzi) che cercavano soltanto di tornare a casa («Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?» da Rigoni Stern). Nella rotta lo zio si ritrova da solo in un bosco e la fine si avvicina rapidamente. A «salvarlo» due soldati tedeschi. Poi il «pellegrinaggio» in alcune isbe che quasi per miracolo compaiono in mezzo alla steppa gelata, un tedesco che muore di prima mattina, un proiettile che gli spappola il braccio, la penosa e dolorosa fuga verso un caposaldo tedesco. Poi il distacco da Hans segna anche un bivio nel libro. Fino a quel punto la storia è storia vera; dopodichè quella di Hans è solo ipotizzata ma molto verosimile. Silvio è stato uno dei pochi a tornare e Jahier immagina che anche Hans ce l’abbia fatta. (E il paragone con «Il disperso di Marburg» di Revelli è per certi aspetti quasi scontato, anche se differente è il contesto e la storia).

A completare questo libro ci sono una serie di illustrazioni molto evocative e toccanti di Riccardo Di Stefano, un altro che la ritirata non l’ha fatta, ma ha saputo, al pari di Jahier, rappresentarla molto bene, portandoci entrambi con i piedi al freddo, con la paura di essere schiacciati da un carro armato russo, di essere finito con colpo di pistola da un commilitone mosso da pietà per un ferito. Un libro a tratti crudo, duro ma «reale». Forse è proprio ciò che ci serve per capire l’assurdità della guerra, di tutte le guerre.  

 

*Federico Jahier, Sangue freddo – La guerra di Russia, Claudiana 2017

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