«Bastardi». L’islamofobia è sdoganata

Il tribunale di Milano ha assolto Maurizio Belpietro per il titolo del quotidiano "Libero"

«Bastardi Islamici è un titolo che non ha nulla a che fare con la professione giornalistica. Questo è un dato certo», ha dichiarato Valerio Cataldi, neo presidente dell’Associazione Carta di Roma fondata nel dicembre 2011 per dare attuazione al protocollo deontologico – per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione – siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) nel giugno del 2008, e che vede tra i fondatori anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).

Per i giudici del Tribunale di Milano: «il fatto non sussiste». Questa è la sentenza uscita dal processo a carico dell’ex direttore del quotidiano Libero oggi alla guida de La Verità.

Il pubblico ministero, Piero Basilone, invece, aveva chiesto la condanna e una multa da 8.300 euro, in quanto il titolo era ritenuto «un insulto generalizzato a un miliardo e mezzo di fedeli islamici, molti dei quali vittime di attentati terroristici». 

Parole che sono state usate per ferire, prosegue Cataldi, e «che colpiscono indiscriminatamente chiunque professi quella fede religiosa e che creano allarme, divisione sociale. Le parole hanno sempre un senso, e quelle usate da Libero e dall’allora direttore Maurizio Belpietro, hanno il sapore della rabbia e della vendetta. Niente a che fare con la libertà d’espressione. Le ragioni della sentenza con cui il tribunale di Milano ha assolto Libero e Maurizio Belpietro per il titolo “Bastardi Islamici” le spiegherà il tribunale stesso. Non ci aspettiamo, ne vogliamo, che sia la magistratura a stabilire cosa possono scrivere i giornalisti. Tuttavia il problema esiste ed è un problema deontologico, di rispetto della professione, delle persone, di tutte le religioni, di tutti noi».

L’organismo chiamato a decidere come intervenire è il Consiglio disciplinare dell’Ordine nazionale dei Giornalisti.

Lo fece in passato con gli stessi attori e con un titolo simile: «Bestie islamiche» sanzionando Libero e l’allora direttore Alessandro Sallusti.

Un provvedimento però, «timido e davvero poco efficace – ricorda Cataldi –: un avvertimento. Una sanzione sin troppo blanda e che ha avuto il solo merito di affermare che un limite esiste, in quanto “nell’esercitare il diritto dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona a non essere discriminato per razza, religione, opinioni politiche”».

Ciò che l’ex presidente della Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, definisce «un’ovvietà che appare rivoluzionaria», ossia «una banale applicazione di una regola fondamentale della professione giornalistica, della Costituzione Italiana, oltre che una semplice regola di buonsenso e di convivenza civile».

Contro quel titolo «l’Associazione Carta di Roma aveva presentato ricorso assieme all’Asgi e all’Ordine dei giornalisti. Il procedimento – ricorda ancora Cataldi – era stato “fermato” in attesa della pronuncia del tribunale «come se la sentenza giudiziaria e la deontologia fossero aspetti sovrapponibili. Non è così, non lo sono. Ci sono regole giuridiche che attengono ai tribunali e regole deontologiche che attengono all’Ordine dei Giornalisti».

Malgrado i passi in avanti fatti in materia di rapporti con l’islam italiano grazie al «Patto nazionale per un islam italiano» siglato lo scorso 1° febbraio 2017 al Viminale tra il Ministero dell’Interno e le principali Associazioni dei musulmani, nella stampa, e con una base dati piuttosto ampia, ricorda l’ultimo Rapporto delle Carta di Roma «Notizie da Paura», le testate nazionali e locali (da gennaio a ottobre 2017 con circa 14.000 titoli) rivelano numerosi titoli/articoli critici; di questi, 146 titoli delle testate Libero, Il Giornale e La Verità, discriminatori e che possono essere definiti di dangerous speech, perché stabiliscono un nesso, una generalizzazione, tra la pertinenza etnica/razziale/religiosa e la messa in atto di un comportamento negativo o pericoloso, sia esso criminale, terroristico o di minaccia all’ordine sociale.

Di questi 146 titoli, il 20% sono associabili al fattore religioso. Alcuni titoli: «L’Islam è pronto a sterminarci con mini armi atomiche e chimiche»; «Vi racconto come si vive con la moschea in cortile»; «Più musulmani uguale attentati»; «Torino Capitale della sottomissione all’Islam»; «I terroristi Isis arriveranno con i barconi».

E non parliamo solo della carta stampata.

Nei Tg di prima serata, ad esempio, la pertinenza religiosa «islam», è stata presente nel 4% dei servizi e in 6 servizi sui 10 presi in considerazione, l’accezione è negativa e associata o alla minaccia terroristica o alle difficoltà di integrazione.

Spesso i servizi raccontano di violenze domestiche su istigazione religiosa: «Genitori musulmani segregano la figlia perché si rifiuta di portare il velo»; «Giovane ragazza musulmana costretta a un matrimonio combinato: ha solo 14 anni»; e ancora «Roma: sta diventando impossibile baciarsi, non ce lo lasciano più fare! Due giovani si baciano davanti a una moschea e musulmano esce per picchiarli»; stabilendo un nesso implicito tra «imperialismo» dell’Islam e incapacità delle società occidentali di rispondere in modo adeguato.

«Noi siamo dell’opinione – conclude il presidente di Carta di Roma, Cataldi –, che chi diffonde odio invece di informazione non possa essere considerato giornalista. Riteniamo che sia il momento di considerare seriamente la parola “radiazione” per i direttori di giornale che violano in maniera reiterata e continuata il codice deontologico e che diffondono odio chiamandolo informazione. È una questione di dignità, di giustizia e di rispetto per la libertà di espressione».

 

 

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