«Questa è la nostra casa»

La corsa contro il tempo dei "dreamer" e la mobilitazione delle chiese statunitensi e della società civile perché venga approvato l’atto che eviti l’espatrio

Sono giorni decisivi per i cosiddetti dreamer, chiamati così dal Development, Relief and Education for Alien Minors Act che dovrebbe consentire a questi giovani, figli di immigrati, di continuare a vivere, studiare e lavorare negli Stati Uniti, dopo che in settembre il presidente Trump ha annullato il programma Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), sospendendo le sorti di circa 700.000 giovani e bambini.

Insieme agli attivisti si stanno battendo perché il 22 dicembre, data prevista per la votazione sulla spesa pubblica, il Congresso approvi anche il Dream Act, ma se da un lato alcuni deputati minacciano di votare contro l’approvazione della spesa pubblica qualora il Dream Act venga escluso, altri temporeggiano dicendo che se ne occuperanno… ma più avanti.

Intanto la società civile si è mossa: dallo scorso mercoledì 13 dicembre sul National Mall di Washington, il lungo viale che collega il Campidoglio al Lincoln Memorial, è allestito uno spazio coperto, diventato il «quartier generale» dell’esercito pacifico che stringe d’assedio il Congresso. Nelle due settimane successive, più di 900 giovani immigrati e le loro famiglie passeranno da queste tende, per condividere le loro storie e incontrare i membri del Congresso.

La pastora Sharon Stanley-Rea, direttrice del Refugee & Immigration Ministries (Rim) per la Christian Church (Disciples of Christ), tra i promotori, ci racconta che «ci sono state varie iniziative e campagne, ogni giorno, dalla fine di ottobre: veglie di preghiera, culti speciali, azioni di disobbedienza civile, raduni, assemblee, manifestazioni, progetti artistici che hanno coinvolto i dreamer e i loro sostenitori…».

Un’iniziativa organizzata dal Rim, #Faith4Dream, ha invitato i credenti delle varie confessioni a partecipare a diverse azioni: manifestazioni di studenti, scrivere ai giornali, sottoscrivere una petizione indirizzata al Congresso, incontrare i membri del Congresso nei propri Stati nel periodo del Ringraziamento. E infine, per l’Avvento, l’Interfaith Immigration Coalition (di cui fa parte anche la pastora Stanley-Rea) ha elaborato delle proposte liturgiche con letture e riflessioni bibliche, testimonianze dirette e azione dentro e fuori le chiese.

In questo imponente programma rientra la bella iniziativa dei «Dreamers a tavola»: il Rim ha invitato le chiese ad accogliere nel periodo dell’Avvento questi giovani per momenti comunitari in cui condividere storie, studi biblici, e supportarli nella loro lotta: «Ieri sera (martedì 19 dicembre, ndr)  racconta la pastora Stanley-Rea  alcuni dreamer si sono uniti alla nostra chiesa per un incontro, poi ci sarà un incontro di leader religiosi insieme ai dreamer al National Mall e lunedì abbiamo avuto una Posada (cerimonia tipica dell’Avvento soprattutto in Messico) in cui hanno partecipato anche alcuni dreamer che ci hanno raccontato le loro storie. infine, nel periodo dell’Epifania, la comunità ispanica, insieme alla nostra chiesa, ha organizzato un evento con alcuni dreamer per condividere le loro storie».

E poi c’è liniziativa che ha fatto parlare di più, anche per il suo innegabile impatto visivo: il DreamActTron, un megaschermo montato su un camion davanti a Capitol Hill, che sta proiettando le videotestimonianze di questi giovani (hashtag #dreamactnow) la cui frase ricorrente è «sono arrivato qui quando ero un bambino, questa è la mia casa, non ne conosco un’altra…».

Uno dei testimoni, Oscar Hernandez, viene dal Messico ed è cresciuto a Houston, Texas. Racconta: «Quelli che si oppongono al Dream Act stanno cercando di disumanizzarsi, di terrorizzare la nostra comunità e le nostre famiglie. Noi chiediamo un Dream Act chiaro, perché non dobbiamo chiedere a un gruppo di immigrati di soffrire affinché un altro possa avere uguali diritti e cittadinanza. A Houston, abbiamo sofferto insieme a chiunque altro e ci siamo offerti volontari a fianco di tutti loro. Questa è la nostra casa e la difenderemo».

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