Mercalli: «Ridurre le emissioni per evitare la catastrofe»

Nel numero di marzo del free press "L'Eco della valli valdesi" il meteorologo riflette sulle relazioni fra inquinamento e condizioni atmosferiche

Sul numero di gennaio dell’«Eco» avevamo cercato di indagare se ci fosse una correlazione fra incendi e cambiamenti climatici, e che quadro ci dobbiamo aspettare nel futuro. Parlando invece di aria, polveri sottili, inquinamento la correlazione con la meteorologia è inevitabile. Più di una volta negli ultimi anni la nostra aria è diventata irrespirabile e dannosa per colpa del meteo, delle piogge che tardavano ad arrivare e dei venti che non spazzavano valli e pianure.

Ma non è propriamente colpa del «tempo». A spiegarcelo è uno dei massimi esperti del settore, il torinese Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e divulgatore scientifico, presidente della Società meteorologica italiana.

Meteo e inquinamento dell’aria, quale legame lega questi due aspetti?

«È molto semplice da spiegare. In inverno c’è una bassa ventosità e di notte il freddo è intenso e nelle zone di fondovalle e di pianura grazie a queste condizioni si accumulano i residui delle combustioni. Combustioni che nei mesi freddi sono anche più elevate che nel periodo estivo, principalmente perché dobbiamo scaldarci e quindi mettiamo in funzione caldaie, stufe etc., ma anche perché tendiamo a spostarci in auto più che nelle stagioni calde, quando una parte di noi utilizza per esempio le biciclette».

Questa situazione cambia nel caso ci siano venti e o piogge?

«Certo, con l’arrivo dei venti le polveri sottili presenti nell’aria e gli altri agenti inquinanti vengono dispersi. Ma attenzione, la dispersione non è la risoluzione del problema. Infatti il problema dell’aria avvelenata viene solo spostato in altre zone del mondo. Abbiamo dati di inquinanti “nostri” arrivati perfino al Polo Sud. Con la pioggia invece le polveri vengono “abbattute” al suolo: e in questo caso bisognerebbe capire che fine fanno, se vengono raccolte nei corsi d’acqua oppure se vengono nuovamente risollevate. Il problema è che durante l’inverno i periodi senza vento e o piogge possono essere molto lunghi, anche molte settimane».

– Torino e la cintura vivono una situazione molto critica, ma la colpa è solo di questa zona?

«No, se Torino è la città con l’aria più inquinata non vuol dire che sia quella che produce più inquinamento. Anzi, probabilmente è più virtuosa di altre ma la sua posizione, in pianura e ai piedi del semicerchio alpino, sottovento, fa si che ogni veleno si accumuli qui. Quando soffia un leggero vento da est nella nostra zona si raccolgono gli inquinanti di Milano, della Pianura Padana. Roma ha la fortuna di avere il mare vicino, con venti che “spazzano” l’aria».

– Cambiamenti climatici e inquinamento: hanno legami?

«Sono due aspetti diversi. Il cambiamento climatico non è collegato con il peggioramento della qualità dell’aria. Questo è strettamente legato alla conformazione del nostro territorio ed è un problema che c’è sempre stato da quando bruciamo combustibili».

– Uno sguardo al futuro che dobbiamo avere la responsabilità di salvaguardare. Siamo ancora in tempo?

«Siamo già in ritardo, ma siamo ancora in tempo per evitare la catastrofe. La via è una e semplice: ridurre le emissioni per salvare il nostro pianeta e, di conseguenza, migliorare anche la qualità della nostra aria. Non c’è altra soluzione. Ma il percorso è difficile perché se da un lato abbiamo tanto di trattati internazionali che vanno in questa direzione nella quotidianità troviamo, per esempio, molti negozi con le porte aperte in pieno inverno. Per attirare i clienti, sostengono (rischiando anche una multa, date le ordinanze). Studi scientifici invece affermano il contrario: in più, chiudendo le porte, gli esercenti risparmierebbero sulla bolletta. E, cosa ancora più importante, farebbero un piccolo gesto per salvare il pianeta e per stare tutti meglio. Sono i nostri piccoli gesti quotidiani che faranno la differenza per il nostro pianeta».

 

Foto tratta da www.casealpine.it

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