Una domenica non qualunque a Cinisello

Giornata di festa per i cinquant’anni del Centro «Lombardini», un esperimento sociale e culturale dai risvolti interessanti ancora oggi, la cui eredità non è andata perduta

Pioggia battente, scenario ideale per evocare la periferia di una città industriale. Ma l’impressione di grigiore presto si frantuma nel calore degli abbracci e di sguardi emozionati. Ci ritroviamo, domenica 11 marzo, nei locali che ospitarono la scuola serale del Centro «Lombardini», a Cinisello Balsamo, ed è come essere fra vecchi amici, in famiglia; persone che sembra di conoscere da sempre, invece di vederle per la prima volta. Si capisce subito che cosa le unisce, quella fiammella dagli anni Sessanta ancora non s’è spenta, nonostante gli anni, le delusioni, i cambiamenti.

Nel pomeriggio, all’auditorium del Centro culturale Il Pertini, interverranno tre protagonisti della storia del «Lombardini»: Toti Rochat (gli anni ’70, la Comune, la scuola, la politica), Marco Rostan (gli anni ’80, il dibattito culturale in relazione con la città) e Laura Baldassini (gli anni ’90, la nuova immigrazione), insieme alla proiezione della video-intervista a Giorgio Bouchard realizzata nella comune nel 1979.

Questa è per noi (Riforma e Radio Beckwith evangelica) l’occasione per conoscere una a una le molte anime del «Lombardini»: i «comunardi» e le «comunarde», cioè coloro che abitarono insieme nella comune; gli allievi operai e i docenti, il Gruppo donne, unico «ramo» ancora tenacemente in vita. Rotta l’iniziale titubanza di fronte alla telecamera, i racconti cominciano a fluire, mentre il profumo delle torte salate e dei dolci fatti in casa si spande e continuano gli arrivi e i riconoscimenti («Che bello vederti qui!», «Ma tu sei il figlio di…»).

Pian piano il quadro prende forma. Cinisello Balsamo era una «città dormitorio», passata da 15.000 abitanti nel 1950 a 80.000 nel 1980 (oggi sono 74.000, di cui 13.000 di nuova immigrazione): si sentivano tutti gli accenti e i dialetti d’Italia. Il «Lombardini» e l’amministrazione sono riusciti a trasformarla in un contesto vivace, culturalmente e socialmente.

Il tema dell’integrazione ha attraversato tutta la vita del «Lombardini»: gli «immigrati» sono cambiati, arrivando da sempre più lontano, facendo parte anche della comune (curdi, sudamericani, africani…). Negli anni Novanta, quando ancora non era una questione centrale, ha ricordato Laura Baldassini nel suo intervento, il Centro ha studiato delle proposte didattiche per le scuole, aperto un centro di ascolto e orientamento per i migranti e una scuola di italiano soprattutto per gli irregolari. «All’epoca il loro obiettivo era imparare l’italiano per integrarsi, per costruire un progetto di vita», commenta la sindaca di Cinisello Siria Trezzi, che all’epoca fu coinvolta in questa iniziativa: «Oggi lo fanno per ottenere il permesso di soggiorno, l’ottica è completamente cambiata. Mi piace ricordare che una delle botteghe storiche premiate dall’amministrazione, la gelateria Il Polo, è gestita da una coppia di sudamericani che studiò italiano proprio al “Lombardini”…».

Intorno al «Lombardini» hanno ruotato oltre 1500 persone, tra cui 70 residenti nella comune, 190 insegnanti, 640 allievi che hanno conseguito la terza media, 200 rifugiati politici cileni ospitati temporaneamente…. L’esperienza nasce alla fine degli anni Sessanta, il contesto rievocato da Toti Rochat nel primo intervento. L’epoca (tra le altre cose) del trionfo del capitalismo: «Non ci interessava il ’68 dei giovani e delle femministe, eravamo completamente concentrati sulla questione operaia. L’idea era dare un senso alle proprie vite, essere là dove c’era lo scontro sociale sulla realtà delle fabbriche: agire la propria fede nel mondo sociale, fare e non solo pensare». La comune? Una questione pratica, per risparmiare tempo e denaro! L’ideologia viene dopo, e il successo della comune di Cinisello, più solido e duraturo di altri, nasce proprio dal fatto di avere un obiettivo esterno, la scuola.

«La sua ricchezza, ma anche la sua fragilità», commenta Paolo Bogo, un altro “comunardo” della prima ora, «fu di scommettere sulle persone e non sui muri»: la Chiesa valdese decise di impiegare un suo pastore per questa iniziativa (ma non solo), ma anche di non creare una chiesa a Cinisello, e la struttura fu acquistata dai giovani protestanti milanesi che aderirono all’iniziativa, peraltro vista inizialmente con un po’ di sospetto dalle rispettive comunità.

La Comune, la scuola e il Centro culturale (nato peraltro su iniziativa di ex-allievi, operai) sono stati autentici maestri di vita: tutti riconoscono che ciò che hanno imparato lì è servito anche fuori, in altri contesti. L’educazione al pensiero, alla discussione, ha caratterizzato questa esperienza in tutti i suoi sviluppi. Come ci ricorda Marco Rostan, negli anni Ottanta si è fatto circa un dibattito al mese: «Che cosa è servito tutto questo parlare? Innanzitutto a stimolare la passione del pensiero, della riflessione, che oggi, nell’epoca della comunicazione, manca: siamo tutti connessi, ma non in relazione». L’educazione allo stare insieme, all’ascoltarsi, ricorda ancora Roberta Peyrot, che insieme a Marco è nella Comune degli anni Ottanta e affianca il docente di scienze, è alla base dell’insegnamento nella classe dei ragazzi a rischio («quelli che tagliavano le gomme degli inquilini del palazzo…»), un aspetto del progetto del «Lombardini» in collaborazione con i servizi sociali e con altri Centri culturali (che diede origine, tra l’altro, all’ancora esistente Coordinamento Pace).

Molti si sono chiesti che cosa rimane, oggi, di quelle esperienze. Quale eredità ha lasciato quell’esperimento di vita comune, di testimonianza evangelica e protestante, nel tessuto della città di Cinisello. Un segno importante è il fatto che diversi amministratori comunali siano passati dal Lombardini, e che proprio qui sia maturata la loro militanza politica (nel senso più ampio): sia l’attuale sindaca, Siria Trezzi, sia la precedente, Daniela Gasparini (insieme al marito, Pino Bernardi). «Pur non essendo credente, ho interiorizzato tutti i valori protestanti», commenta Gasparini, sindaca per tre mandati e parlamentare in uscita, membro della commissione d’inchiesta sul degrado nelle periferie. «Il Lombardini è stato un modello, un punto di riferimento per questa città: è un peccato che oggi non ci sia più: le persone sono cambiate, ma i problemi sono gli stessi, occorre ristabilire quel dialogo sociale che si era riusciti ad attuare».

Proprio la convivenza, il lavoro comune a uno stesso progetto mettendo insieme classi sociali, nazionalità, culture, fedi diverse ha costituito la nota fondamentale di questa esperienza umana, sociale e culturale. Siria Trezzi ricorda che proprio al «Lombardini» si confrontò per la prima volta con un musulmano, all’epoca membro della comune. «Il “Lombardini” è riuscito a cogliere i cambiamenti non ancora dichiarati della nostra società, prima delle istituzioni, e a proporre le forme giuste di dibattito e coinvolgimento: ha saputo suggerire alle amministrazioni i temi e i problemi da tenere sott’occhio».

Napoleone Drago, ex operaio e allievo, frequentatore del Centro per vent’anni, ricorda: «Quando mi è stato chiesto di fare l’assessore (con la sindaca Gasparini, ndr), mi è sembrato naturale accettare: un proseguimento dell’impegno sociale nato nel “Lombardini”». Dall’impegno con i ragazzi di strada, sostenuto anche finanziariamente dal «Lombardini», all’impegno nelle fabbriche per la prevenzione delle malattie professionali, l’impegno di Drago non si è ancora fermato: la sua ultima missione riguarda il fenomeno degli hikikomori, i giovanissimi auto-reclusi, che dal Giappone si sta diffondendo anche nella nostra società.

Ci sarebbe bisogno di un «Lombardini» anche oggi, conclude, e le sue parole riassumono un po’ il senso di tutta la giornata: anzi, «di tanti spazi così: luoghi in cui essere costruttivi (la prima cosa che abbiamo imparato al “Lombardini”), imparare l’etica (che non è la morale), l’impegno sociale, il senso delle istituzioni e della collettività senza favoritismi…».

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